War horse

In alcuni casi quelli che sono difetti in un film possono essere pregi in altri.
Se un regista è in grado di raccontare una storia usando come strumenti anche la retorica o il buonismo, perché non farlo.
Può non piacere la retorica di Steven Spielberg quando l’atmosfera del film non la richiede, in Schindler’s list o Salvate il soldato Ryan; è sopportabile quando applicata a storie “per bambini” come E.T.; è vero e proprio punto di forza in War Horse.
Facendo un esempio collaterale, a molti non piacciono i film di Martin Scorsese, colpevoli di essere spesso violenti, ma questo non vuol dire che non siano ottimi film.
Qui il linguaggio si adatta perfettamente alla storia sia nella prima parte del film, quella più idilliaca e caratterizzata dalla nascita dall’amicizia tra il giovane domatore Albert ed il cavallo Joey; sia nella parte centrale occupata dalla guerra; sia nell’inevitabile, ma mai così necessario, happy-end.
Non solo il regista riesce a ricavare una forza emotiva dai gesti più semplici: domare un cavallo, arare un terreno o il solo sguardo dell’animale che sembra comunicare con gli occhi. Ma attraverso le vicissitudini di Joey, trattato come uno schiavo o un deportato, ci fa ripudiare la guerra come forse neanche in Salvate il soldato Ryan era riuscito a fare.
Un esercito di soldati attaccati mentre dormono, un campo pieno di cavalli morti, sono immagini molto più drammatiche e coinvolgenti dei confusi e violenti scontri a fuoco che spesso si vedono a Hollywood.
Ben venga allora il buonismo se è in grado di regalare una scena tanto semplice quanto profondamente drammatica come quella di due soldati di schieramenti opposti (inglese e tedesco) che salvano Joey intrappolato nel filo spinato unendo le loro forze, prima di darsi battaglia.
Tutto questo si trova in perfetto equilibrio grazie all’esperta regia di un maestro, ad una fotografia eccellente che contribuisce a far entrare lo spettatore nella storia, e una colonna sonora ispirata e mai troppo invadente.

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