Chronicle

I film supereroistici costituiscono ormai un genere a sé stante considerando le numerose variazioni sul tema, come gli emarginati senza poteri in Kick-ass e Super o quelli con poteri telecinetici in Chronicle. In questo caso però non al servizio del bene come farebbe il buon Peter Parker.
L’idea portante è tanto semplice quanto ottimamente realizzata nonostante il basso budget.
Il film cerca infatti di offrire qualcosa in più rispetto ad un semplice teen-movie e si impegna per dare uno spessore psicologico non banale ai tre protagonisti e alle loro interazioni. Nella prima parte ci riesce soprattutto nel caratterizzare il giovane e disturbato Andrew (Dane DeHaan) anche se attraverso spunti interessanti ma non originalissimi: tra una madre ammalata e un padre alcolista, Andrew non riesce a rapportarsi con gli altri ragazzi e l’unico modo per uscire allo scoperto è creare una barriera tra lui e il mondo, costituita dall’onnipresente videocamera.
Elementi che fanno comunque il loro dovere per spiegare le cause della sua evoluzione in negativo. Purtroppo proprio il passaggio al “Lato Oscuro” su cui si basa la narrazione non convince totalmente: avviene troppo in fretta e le motivazioni sono presenti ma non approfondite.
Non è necessariamente un male se ci accontentiamo di assistere ad un apocalittico finale e ad un’esplosione di violenza, anche con scene di notevole impatto emotivo/visivo, che ricorda molto il cult d’animazione giapponese Akira.
In un cinema in cui è difficile rinnovarsi e stupire ancora, cercare di proporre un genere e tematiche già viste ma con uno sguardo il più possibile personale e quindi originale è un ottimo modo per sopperire ai difetti e ai rischi delle citazioni fine a se stesse. Possiamo così perdonare l’esordiente Josh Trank per aver tentato di seguire questa strada e per aver saputo sfruttare l’abusato stile del Found-footage (riprese amatoriali) in modo creativo giocando con le prospettive.

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