Il cavaliere oscuro – Il ritorno

locandina

Se volessimo fare subito un paragone potremmo dire che Il cavaliere oscuro è un film compatto ed equilibrato mentre Il cavaliere oscuro – Il ritorno è meno omogeneo ma più emozionante. Mettendo da parte la pigrizia, questo giudizio non basta per descrivere l’ultimo capitolo della trilogia.
Premessa: spero che Christopher Nolan non venga considerato un grande regista per i motivi sbagliati. Ovvero per la sua abitudine a non far capire cosa stia accadendo sullo schermo e scambiare questa gratuita complessità per raffinatezza.
Detto questo Il cavaliere oscuro – Il ritorno si erge al di sopra dei film di genere supereroistico ma non bisogna esagerare considerandolo come una rilettura autoriale di un fumetto. Possiamo dire come sia intelligente e complesso anche se i più esigenti potranno ritenerlo, non completamente a torto, furbo e confuso.
Confuso perché la trama è abbastanza lineare, ma il regista spesso si diverte a moltiplicare le linee narrative, i personaggi e le tematiche. Furbo perché non mancano – come nel celebratissimo predecessore – alcuni espedienti o inverosimiglianze che tuttavia sono necessarie per portare avanti la storia.
Nonostante questo siamo di fronte ad un grande film che conclude degnamente la trilogia a cui va riconosciuto un notevole coraggio: quello di concentrarsi maggiormente su Bruce Wayne che su Batman e in particolare su un uomo che deve scegliere se vale la pena lottare e soffrire per una città a cui ha dato tutto. Scelta resa ancor più difficile dall’esilio forzato di otto anni e divisa tra chi vorrebbe il ritorno dell’eroe (il commissario Gordon) e chi la sua fine (Alfred).
Nolan sa bene che sarebbe stato impossibile bissare il successo riproponendo la stessa formula e un cattivo memorabile quanto il Joker di Heath Ledger. Ha così puntato non solo sul terrorista Bane, che regala alcuni degli scontri più brutali e violenti che si siano visti sul grande schermo, ma soprattutto su una storia estremamente crudele e su personaggi di contorno delineati con la stessa profondità dei protagonisti. Su tutti spicca l’ambigua Selina Kyle/Anne Hathaway (che non fa rimpiangere Michelle Pfeiffer) e il giovane poliziotto John Blake/Joseph Gordon-Levitt.
E’ quindi un peccato come tutta l’imponenza e tensione del film venga a volte minata da cadute di stile che fanno più male delle semplificazioni stesse per raggiungerla. Mi riferisco soprattutto alla morte del villain, perché smorza con una battuta ironica tutto quello che c’è stato prima; e all’atteso epilogo del film. Non perché non sia coraggioso, tutt’altro. Ma perché lo è solo fino ad un certo punto, oltre il quale si preferisce percorrere una strada facile.
Resta quindi un’opera che affronta attraverso efficaci iperboli argomenti molto interessanti  come la crisi, il terrorismo e Occupy Wall Street. Se non sono sufficienti, basti pensare al romanzo che è servito da ispirazione: Racconto di due città di Charles Dickens. Non capita spesso di trovare fonti del genere in un cinefumetto.

Bane (Tom Hardy)

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