Dopo mezzanotte

“Forse sono i luoghi che raccontano le storie nella maniera giusta”

Mai citazione – dello stesso narratore – fu più furbescamente azzeccata per descrivere lo spirito del film di Davide Ferrario.
Furbescamente perché appare evidente come il regista sia partito dalla fascinazione di raccontare attraverso le immagini un luogo da cui, solo successivamente, gli si doveva costruire una storia attorno. O almeno questa è l’impressione.
Sembra infatti prima di tutto un omaggio al cinema stesso – fra citazioni che vanno dai fratelli Lumière a Buster Keaton –  e al sito che per eccellenza lo celebra: la Mole Antonelliana di Torino, sede del Museo Nazionale del Cinema. Occasione imperdibile e riuscita di far parlare questo non-luogo attraverso i suoi spazi orizzontali e verticali e utilizzarlo da vero e proprio motore degli eventi.
E non è un caso se il protagonista, lo stralunato Martino (Giorgio Pasotti), sembri essere sempre vissuto lì, come Novecento sulla nave ne La leggenda del pianista sull’oceano.
Inevitabile conseguenza è che la storia non potrebbe essere delle più classiche e banali: l’incontro tra Martino e la trasandata Amanda (Francesca Inaudi), la quale sconvolgerà come un tornado la sua regolare monotonia. Il regista tuttavia dribbla le insidie di uno svolgimento scontato adottando uno stile estremamente personale e creativo. Sia dal punto di vista narrativo, scegliendo i toni leggeri del grottesco; sia da quello visivo girando completamente in digitale e con un uso dei colori diegetico.
Tuttavia in alcuni momenti se questa sobrietà è in grado di rendere plausibile l’originalità del personaggio di Martino, non riesce a giustificare la deriva un po’ troppo farsesca di alcune scene che rischiano di sfiorare il ridicolo.
Dopo mezzanotte non regala sorprese ma ha il pregio di avere un mondo tutto suo da raccontare; un universo sospeso fra la realtà della vita e la finzione del cinema che si intrecciano. Non è una qualità da poco.

Martino (Giorgio Pasotti) e Amanda (Francesca Inaudi)

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