Pacific Rim

Se qualcuno pensa che non sia possibile avere un prodotto intelligente da un film che mostra robot giganteschi che combattono contro alieni altrettanto grandi, Pacific Rim è in grado di fugare ogni dubbio.
Guillermo del Toro ci dimostra come l’approccio dei Transformers di Michael Bay non sia l’unica via percorribile, ovvero lo sfoggio schizofrenico di effetti speciali, comicità e azione convulsa.
Dopo aver dovuto abbandonare sul nascere due progetti come Lo Hobbit e Alle montagne della follia, il regista messicano torna con questa storia in cui il mondo si trova a dover fronteggiare dei mostri, detti Kaiju, che provengono da una porta dimensionale nel profondo degli oceani. L’unico modo per sconfiggerli è creare dei robot in grado di tenergli testa, gli Jaegers.
Da questa semplice premessa, che poteva sfociare nel più classico e banale dei film catastrofici, costruisce un tessuto narrativo che è in grado di rendere il tutto estremamente affascinante e interessante. Dal funzionamento dei robot controllati da due piloti che condividono le loro menti e i loro ricordi, a tutta la mitologia che ruota intorno ai Kaiju con tanto di (fugace) esplorazione del loro mondo.
I protagonisti, anche se brevemente, sono ben tratteggiati e non risultano troppo monodimensionali. Tuttavia in alcuni casi si cade nel tranello di caratterizzare eccessivamente alcuni personaggi, in particolare i due scienziati, attraverso gesti e tic nervosi con lo scopo di renderli forzatamente simpatici ma minimizzando di fatto l’importanza che la trama gli conferiva.
L’impressione generale è quella di non aver centrato completamente l’obiettivo: non vengono sfruttati pienamente gli spunti creati perché si dà più spazio all’azione, eccellente e mai confusa ma a volte ripetitiva; perché non sempre i momenti comici sono ben gestiti e quelli drammatici potevano essere potenzialmente ancora più emozionanti. Lo dimostra il voler ricorrere ad un passato che viene rivelato gradualmente per dare spessore e credibilità ai suoi interpreti. In questo senso il personaggio più riuscito è quello della giovane Mako Mori. Fragile e combattiva, segnata nell’infanzia da un evento drammatico.
Difficile stabilire se i difetti presenti siano scelte consapevoli o dipendano dalla paura di non soddisfare il pubblico. Dovrebbe essere il pubblico ad accettare quello che il regista gli offre. Dal creatore de Il labirinto del fauno ci aspettiamo che sia così.

Raleigh Becket (Charlie Hunnam) e Mako Mori (Rinko Kikuchi)

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