Philomena (Recensione in anteprima*)

La trama di Philomena ha molte analogie con i romanzi rosa che la stessa protagonista legge e con tanto entusiasmo racconta per filo e per segno al giornalista Martin (Steve Coogan) evidenziandone colpi di scena e imprevedibili finali. Tutti elementi che vivrà in prima persona nella ricerca del figlio, strappatole dalle suore poco dopo la nascita, che per 50 anni non ha visto crescere.
Uno dei meriti del regista Stephen Frears è quello di raccontare una storia lineare, semplice e ad alto tasso di commozione, nel modo più scorrevole possibile pur rispettandone tutte le caratteristiche. Con mestiere riesce a non annoiare o ricattare lo spettatore anche quando ricorre agli inevitabili primi piani degli occhi gonfi di Philomena (Judi Dench) senza però indugiarci un secondo di troppo.
Nonostante non abbia grande profondità o coraggio di osare e necessiti del climax emotivo finale per dare valore a tutto quello che è successo precedentemente, ha nella sceneggiatura l’elemento di forza che lo sostiene e fa si che non crolli nella banalità.
Scritta dallo stesso Coogan, regala un umorismo serio, frecciate al giornalismo e soprattutto un confronto fra i due protagonisti che è anche la contrapposizione fra ateismo e cattolicesimo. Un dibattito che non si riduce al solito “se Dio non esiste perché non scaglia un fulmine” ma analizza l’aspetto più personale e intimo della Fede vista come modo diverso di rapportarsi con le altre persone e di affrontare la vita, non con la rabbia ma col perdono.
Se la scrittura sembra parteggiare per il cinico giornalista che identifica le suore come i “cattivi” e mostra come la percezione del mondo di Philomena sia troppo buonista ed edulcorata (“Lei è la persona migliore del mondo” ripete troppo spesso), vari indizi rivelano come non ci sia una divisione assolutista ma viene lasciato spazio ai dubbi, alle incertezze e alle possibili aperture.

Philomena (Judi Dench) e Martin (Steve Coogan)

(* Visto “solo” in anteprima nazionale, non a Venezia)

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