La mafia uccide solo d’estate

C’è da augurarsi che La mafia uccide solo d’estate non venga ricordato per essere una commedia o per la storia d’amore che attraversa tutto il film. Dal lato opposto non bisogna gridare al capolavoro solo perché si parla in modo non banale di mafia.
Detto questo il debutto al cinema di Pierfrancesco Diliberto (in arte Pif) ha il grande merito di raccontare in modo diretto e senza retorica le varie stragi mafiose che hanno accompagnato la vita del giovane Arturo a Palermo. Un linguaggio che sembra voler risvegliare proprio attraverso la commedia – genere indispensabile nel cinema italiano – un mondo anestetizzato dalla tv spazzatura.
L’ironia può rendere la finzione più crudele della realtà, ma è molto più difficile da mettere in atto.
Nella prima parte del film il regista la utilizza con ottima padronanza nell’affrontare il quotidiano mescolarsi di attentati e omertà cittadina. Ci sono un sacco di idee esilaranti come la passione di Arturo verso Giulio Andreotti – con tanto di poster in camera – il suo incontro col generale Dalla Chiesa e i veri fatti di cronaca che gli impediscono di dichiarare il suo amore verso la compagna di classe Flora.
Altre intuizioni sono invece geniali, in particolare come viene raffigurato Totò Riina: divertente quando non sa usare un condizionatore e spietato quando imparare ad usare il telecomando del televisore equivale ad usare quello di una bomba.
Tuttavia questo doppio registro con l’avanzare del film e la crescita di Arturo (interpretato dallo stesso Pif) perde un po’ la sua forza, soprattutto nella storia d’amore con Flora (Cristiana Capotondi) di cui si intuisce subito l’epilogo e che interessa poco.
Incertezze che si spiegano nel suo essere un’opera prima e nell’avere uno stampo troppo televisivo – seppur il suo programma Il Testimone fosse ottima televisione – ma che vengono perdonate da un bellissimo finale. E’ proprio qui che la finzione narrativa mostra quanto possa essere potente quando accompagnata da un’idea e un messaggio: l’importanza di una memoria storica che si dimentica troppo facilmente e che ha bisogno di qualcuno che ce la ricordi e ce la spieghi come si fa ad un bambino.
Un’operazione mossa non da presuntuoso didascalismo ma da una spontanea necessità.

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