Smetto quando voglio

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Sette ricercatori universitari – “le menti più brillanti in circolazione” – senza lavoro, formano una banda che spaccia una nuova droga, potente e assolutamente legale.
Lo spunto del regista Sydney Sibilla è geniale e quanto mai attuale, la probabilità di non sfruttarlo a dovere altrettanto elevata. Sorprendentemente Smetto quando voglio porta avanti la sua storia con brio senza dare l’impressione di essere una sfilza di gag una dietro l’altra e senza cadere nella tentazione di spiattellare morali o inutili sentimentalismi.
Se spesso una buona idea col proseguire della storia si sgonfia come un palloncino, qui tutto l’impianto regge dall’inizio alla fine e riesce a svincolarsi dalle soluzioni troppo prevedibili o dai momenti che non sempre centrano il bersaglio.
È la dimostrazione di come con un po’ di coraggio si possa attingere dalla realtà senza patetismi, contaminare la commedia con altri generi – come faceva benissimo Notturno bus – e guardare senza paura di sbagliare al cinema americano. Impossibile non riconoscere nel tono e nella coolness con cui vengono inquadrati i protagonisti uno sguardo tarantiniano. Un cast di attori perfetto fatto di caratteristi che non diventano macchiette – anche quando fanno il verso allo stereotipo del “cattivo con cicatrice” come nel caso di Neri Marcorè – di cui però non viene sfruttata appieno l’alchimia. Per come ci vengono presentati i personaggi di Libero De Rienzo e Pietro Sermonti – esplosiva la prima scena che lo riguarda – sarebbe stato bello veder concesso loro più spazio e dare alla storia una maggior coralità.
Nonostante l’inizio un po’ stentato che faceva temere il peggio, il film si riprende benissimo regalando la rapina in farmacia più divertente mai vista al cinema e un finale beffardo.
Un esordio intelligente e gustoso a cui spetterà la ancor più complicata missione di riconfermarsi al prossimo passo.

Il chimico (Stefano Fresi) e il neurobiologo (Edoardo Leo)

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