Locke

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Ivan Locke viaggia in macchina da solo verso Londra passando la maggior parte del tempo al telefono.
Partendo da questa semplice idea la seconda regia di Steven Knight ha molte cose da dire e non si accontenta di essere un autocompiaciuto esercizio di stile il cui unico punto di interesse è determinato dalla sua claustrofobica ambientazione. Siamo quindi più dalle parti di 127 ore di Danny Boyle che di Buried – Sepolto.
Se il film avesse esplorato anche altri luoghi o se fosse stato arricchito da flashback probabilmente non sarebbe stato ugualmente interessante ed è proprio l’importanza di questa scelta a rendere la storia così autentica ed emozionante. È vero lo stile è fondamentale, per tutta la durata osserviamo il volto di Tom Hardy da ogni inquadratura possibile come attraverso un microscopio cercando di cogliere ogni sfumatura che il suo personaggio cerca di trattenere. E che cos’è l’auto se non un amplificatore delle emozioni, un luogo che lo costringe ad affrontare il suo destino, che lo mette a nudo. Quello di Ivan è un viaggio consapevole all’inferno, in cui si gioca la famiglia, il lavoro e la casa.
Ma niente starebbe in piedi se non fosse sorretto da un grande lavoro di scrittura che riesce a dare un corpo alle voci che sentiamo e, nonostante le molte informazioni, cerca di non raccontare quello che deve essere suggerito dalle espressioni o dalle frasi lasciate a metà. Può sorgere il dubbio che tutte le telefonate siano forzatamente importanti e quindi irrealistiche – non a caso giustamente bilanciate dai dialoghi “normali” con il figlio – ma sono giustificate dalla prima scena del film.
È infatti l’unico momento in cui Locke ha un esitazione, mette la freccia a sinistra ma poi va a destra. Una scelta che scatenerà un inesorabile effetto domino sulla sua vita e che rappresenta il fulcro del film. La decisione importante non viene presa alla fine dopo un percorso di crescita, Locke ha già preso la sua decisione – l’iniziale incertezza assume un significato ancora più profondo solo successivamente – e nel suo viaggio verso il “luogo più brutto del mondo” dovrà affrontarne le strazianti conseguenze.
Non si può non amare un protagonista che cerca di ricostruire la sua vita distruggendola. Prendendo la decisione più difficile ma moralmente giusta e mettersi in gioco senza un aiuto o qualcosa a cui aggrapparsi se non a se stesso in un misto di calma, rabbia e terrore.
Ovviamente è pieno di dubbi, pensa di essere pazzo ma di una cosa è sicuro, non diventerà come suo padre. Ci bastano i suoi ricordi per capire che tipo di persona sia stata e per come lo abbia segnato. Ma Locke vuole riportare dignità al loro nome e vorrebbe fargli vedere quello che sta facendo. La scelta giusta.

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