Anarchia – La notte del giudizio

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C’erano una volta gli horror a sfondo politico, quelli che hanno fatto la fortuna di maestri come Romero e Carpenter. Anarchia – La notte del giudizio non solo riprende quel filone essendo oltretutto un sequel superiore all’originale – una rarità in questo genere – ma porta anche a rivalutare retroattivamente l’idea che ha lanciato il già riuscito capitolo precedente. Per chi non si ricordasse l’antefatto siamo in una America in cui per dodici ore all’anno tutti i crimini, compreso l’omicidio, sono legali.
Il mondo descritto dal punto di vista di una famiglia borghese nel primo film viene ampliato ed esplorato attraverso quello di chi non è così fortunato da potersi permettere le protezioni adeguate per superare la notte. Subito si delinea il tema delle decisioni prese dall’alto che hanno conseguenze prevalentemente in basso; della contrapposizione tra i ricchi sostenitori dello “sfogo” e i poveri – o semplicemente vittime del potere – contrari. Non sarà perché in ogni conflitto sono quest’ultimi quelli che rischiano maggiormente la vita mentre gli altri al sicuro possono godersi lo spettacolo e guadagnarci? Meno male che è tutta fanta-politica.
Il focus della storia si sposta quindi dal semplice tema della violenza insita e pronta ad esplodere in ognuno di noi, presente anche qui ma giustamente liquidata in poche scene, ai più suggestivi aspetti della strumentalizzazione e dei risvolti economici di un’iniziativa nata apparentemente per necessità sociali. Dallo spunto iniziale si passa alla costruzione della mitologia.
È così importante sottolineare la profonda natura politica del film di James DeMonaco perché chi è alla ricerca della semplice esaltazione nella messa in scena iper-violenta può rimanere deluso da una regia che non ha molto da dire, in particolare nelle confuse sparatorie sulle quali teoricamente si dovrebbe puntare. Tuttavia non sbaglia nell’ottimo utilizzo degli spazi in cui i protagonisti si muovono come topi e nella presenza di un magnetico Frank Grillo che, nonostante un finale in cui i tasselli si sistemano in modo fin troppo prevedibile, riesce a rendere realistico ed empatico il classico anti-eroe in cerca di vendetta personale. E alla fine vuoi saperne di più sui meccanismi di questo futuro distopico e inizi a chiederti come andrebbero le cose se lo sfogo esistesse veramente.
Meglio rispondere cortesemente a chi ti saluta ogni mattina, potrebbe non prendersela bene.

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