Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate

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Proviamo ad immaginare che quest’ultimo capitolo de Lo Hobbit sia stato diretto da un giovane emergente. A questo regista non potremmo che riconoscergli delle grandi potenzialità, tali da potergli perdonare le improbabili evoluzioni di Legolas, il poco interessante triangolo amoroso con Tauriel e l’arco narrativo di Thorin che nasce e muore tutto in metà film.
Purtroppo non possiamo fare tutto questo perché sappiamo bene che dietro la macchina da presa c’è colui che ha rivoluzionato il genere fantasy con una trilogia che rimarrà nella storia.
Senza voler per forza fare troppi paragoni, a questa nuova trasposizione manca tutto quello che servirebbe per essere ricordata nel tempo: personaggi a cui affezionarsi, momenti realmente emozionanti e un’epica che si è vista solo a tratti. In fondo è tutto lì il problema, non sono film a cui manca il mestiere, la tecnica o il divertimento, ma niente per cui valga la pena l’immenso dispiego di tempo e mezzi.
La desolazione di Smaug – il migliore per il sottoscritto – sembrava aver trovato la propria identità sia visiva che narrativa nel dare più spessore ai suoi protagonisti, ma nel momento topico, quando tutte le storie dovevano raggiungere il loro apice, sono venuti fuori i limiti de La battaglia delle cinque armate.
Due film non sono bastati per giustificare il maggior spazio concesso a Thorin Scudodiquercia – che a conti fatti dovrebbe essere l’Aragorn della situazione e le sue azioni fondamentali per lo sviluppo della storia – né a rendere credibile i suoi conflitti interiori e le rivalità con gli Elfi. In questo come in altri personaggi si vede come il problema sia tutto alla base perché nelle singole scene non manca qualche momento particolarmente azzeccato. Ad esempio Peter Jackson è bravo a rendere visivamente la discesa agli inferi di Thorin attraverso una simbolica caduta in un mare d’oro fuso, per quanto la metafora sia scontata.
E’ innegabile la sua capacità di farci immergere nella Terra di mezzo, di farci sentire a casa. In più occasioni la gestione dello spazio è grandiosa: lo capiamo quando con poche inquadrature sappiamo orientarci nella grande confusione di personaggi ed eserciti che si muovono, poi nello scoprire come il ghiaccio e l’acqua possano giocare un ruolo fondamentale nella messa in scena dello scontro finale fra Thorin e Azog.
Ma in tutto questo manca il pathos, quello che rendeva la morte di Boromir eroica e la sofferenza di Frodo la nostra sofferenza. Dove troviamo l’epica nel bellissimo personaggio di Smaug se la sua apparizione viene costruita per due film e la sua sconfitta liquidata in dieci minuti?
Sembra che concentrandosi sullo spazio e l’azione abbia dimenticato a gestire il tempo in modo da rendere giustizia ai personaggi.
Dopo aver vinto tutto con Il signore degli anelli forse bisognava avere il coraggio e l’umiltà di farsi da parte e lasciare il posto a chi aveva qualcosa di nuovo da dire. Come era inizialmente previsto.

Thorin Scudodiquercia (Richard Armitage) e Bilbo (Martin Freeman)

 

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