L’amore bugiardo – Gone Girl

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Non ci poteva essere storia più adatta per David Fincher, uno degli autori più importanti e dallo stile inconfondibile in circolazione. Così tanto da essere forse difficile trovare progetti adatti a lui e portarlo a trovare maggior fortuna e libertà creativa in televisione prima con House of Cards e  prossimamente con il remake dell’inglese Utopia.
Un regista che ha saputo rinnovarsi nonostante il suo apice arrivi già al secondo film: Seven. Già Zodiac perlustrando sempre il terreno del serial killer, sperimentava nel non mostrare mai l’assassino e sostituire il ritmo veloce delle indagini con il lento degrado di uomini corrotti dall’ossessione. Se ne Il curioso caso di Benjamin Button ha tentato con poca fortuna la strada del sentimentalismo con The Social Network arriva la svolta: prendere una storia più o meno nota a tutti e raccontarla come se fosse un noir.
L’amore bugiardo ha una forma perfetta che ci illude di essere impregnata di romanticismo e tocchi di ironia per poi catapultarci in una follia che emerge in modo sempre più disturbante, come un chirurgo che in un’asettica sala operatoria trova il marcio che si nasconde nelle persone.
Quello che esploriamo sono le menzogne dietro una coppia perfetta, la manipolazione dei media e dei giornalisti, la facilità con la quale si etichettano e si giudicano le persone e ci disgusta soprattutto per quanto tutto questo possa non essere così lontano da noi.
Così il film pian piano si trasforma, alterna con scioltezza la violenza fisica con quella psicologica e diventa una sorta di guerra dei Roses a tinte horror. Nonostante viva dei suoi colpi di scena, la rivelazione che arriva a metà percorso non ne pregiudica la forza. Anzi, è proprio lo scopo del regista andare oltre i limiti del genere, che impone la conclusione dopo la rivelazione del colpevole, e domandarsi se in un mondo in cui la menzogna e la violenza vincono sempre, possa essere quest’ultima l’unica soluzione per sopravvivere.
Non si può dire che la svolta della seconda parte sia sempre supportata da una dirompente forza narrativa tale da eguagliarne le ambizioni. In alcuni momenti la componente metacinematografica sembra faccia fatica ad emergere ed incidere veramente perché offuscata dalle regole e dalla precisione richiesta dal genere.
In fin dei conti cosa importa, se il risultato è quello di essere trasportati dolcemente nella perversione e provare un piacevole senso di angoscia.

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