The imitation game

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In The imitation game, il matematico inglese Alan Turing ha una missione da compiere.
Assoldato dal governo inglese, dovrà risolvere un mistero che come ogni storia vera impone, lo condurrà ad un finale già scritto.
Nel mezzo dovremmo trovare tutto l’occorrente per elevarlo a prodotto cinematografico e allontanarlo il più possibile dall’inevitabile accostamento con lo Sherlock televisivo che sorge spontaneo e  non per colpa del suo protagonista.
Il risultato è semplicemente quello di un compito ben fatto che fila liscio, cerca di rendersi più interessante e complesso di quel che è con una struttura a flashback e semina di tanto in tanto spunti di quello che non viene mai realmente sviluppato.
Come dar torto al regista nella scelta di concentrare la narrazione sulla costruzione della Macchina di Turing, una sorta di antenato del computer – come sottolineano le puntuali didascalie finali – e sul proibitivo tentativo di decifrare i codici con cui i nazisti comunicavano nella seconda guerra mondiale. Per qualche momento il film sembra superare i confini tematici che si è auto-imposto portando le difficoltà umane e sociali del matematico al centro della storia. Turing si troverà costretto ad andare contro la sua volontà e fare quello per cui non era preparato: mentire e diventare un involontario arbitro della vita delle persone scegliendo come e quando utilizzare la macchina.
La guerra mostra così la sua vera natura passando dall’essere apparentemente decisa col sacrificio sul campo ad un macabro gioco di potere. Una serie di scelte numeriche e statistiche che coinvolgono milioni di persone.
Tuttavia non passa molto tempo perché si ritorni su binari più sicuri, quelli di una sceneggiatura impeccabile nel ritmo ma più attenta a cercare l’ironia rispetto allo scavo psicologico, più rivolta a piacere al pubblico rispetto allo stimolarlo e metterlo a dura prova.
Sul tema dell’omosessualità, dei fenomeni di violenza e bullismo subiti a scuola e della terribile devastazione fisica che lo accompagna nell’ultima parte della vita si passa sopra troppo velocemente e con una leggerezza che non fa mai rima con intensità ma con una superficialità a cui neanche l’impegno di Benedict Cumberbatch basta per porvi rimedio. Come dimostra l’eccessiva leggerezza con cui si accenna alla castrazione chimica e la poca sensibilità con cui ogni scena madre è depauperata da ogni reale coinvolgimento emotivo ad eccezione di quello già compreso nella storia.

Alan Turing (Benedict Cumberbatch) e Joan Clarke (Keira Knightley)

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