Autómata

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Autómata non è perfettamente riuscito. Ha più pregi che difetti ma anche motivi per sostenerlo. Perché è un esordio che affronta con serietà la fantascienza e ci mostra come anche realtà produttive vicine alla nostra non abbiano paura di sperimentare in film di genere a basso costo.
L’inizio è promettente e fa ben sperare: la presentazione dell’ennesimo futuro distopico funziona grazie ad un’atmosfera che nonostante si trovi a metà tra la pioggia di Blade Runner e i ghetti di District 9 riesce a trovare una sua identità. Tutto è sorretto da un ambizione che nelle intenzioni cerca di accostarsi ad Asimov e lo fa meglio di chi porta il nome delle sue opere (Io, Robot) riflettendo sull’esistenza attraverso la contrapposizione tra l’evoluzione dell’uomo con quella della tecnologia.
Una profondità che sembra sempre sul punto di emergere ma viene costantemente limitata da ingenuità che ci si può aspettare da prodotti commerciali, non da questo. Così il ritmo fino ad ora controllato, nella seconda parte si dilata ancor di più e il tono si fa solenne senza una vera necessità e senza che le tematiche seminate siano pronte a supportarlo. Il suo puntare così in alto lo fa tornare irrimediabilmente a terra.
Sembra che il regista si impegni a contrapporre ad ogni buona idea un elemento che la vanifica: avere dei cattivi impresentabili – di cui uno sempre con gli occhiali da sole – o un Antonio Banderas in ottima forma, dosarne benissimo le emozioni e poi abbandonarlo a se stesso in un momento di disperazione come se avere una star imponesse al regista di mettersi in secondo piano. Soprattutto puntare ad un finale che si rivela essere in realtà un percorso di redenzione e riscoperta dell’umanità attraverso la famiglia e il ricongiungimento con la natura – in un mare chiaramente metafora di purificazione e nuova rinascita – e vanificarlo per i motivi appena elencati.

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