Whiplash

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Guardare Whiplash è come viaggiare su una strada che pur con qualche ostacolo, ti porta dritto a destinazione. Senza aver l’ambizione di raccontare una grande storia, il secondo lungometraggio di Damien Chezelle raggiunge tutti i suoi obiettivi anche attraverso svolte poco credibili o scelte forzate. Lo fa con due personaggi memorabili che ti entrano nella pelle e sguardi che sono in grado di terrorizzarti o farti innamorare. Un accumulo di tensioni e scontri che esplodono in uno dei finali più esaltanti degli ultimi tempi.
È il film di pancia che non bada alla raffinatezza, che va dritto al sodo e nell’esplorare il rapporto malato e spesso violento tra il giovane batterista Andrew (Miles Teller) e il suo maestro Terence Fletcher (J.K. Simmons) non lesina a mostrare ripetutamente sangue e sudore o i protagonisti in preda agli istinti più primordiali e animaleschi.
Più che acerbo nella messa in scena sembra mancare di lucidità nel rendere ogni passaggio credibile – fa sorridere vedere Andrew suonare subito dopo un incidente d’auto – e della classe di The social network con cui ha qualche punto in comune.
In un primo momento si può pensare che il film non abbia uno scopo ben preciso e si nasconda dietro questo gioco al massacro apparentemente fine a se stesso.
Eppure nella determinazione di Andrew si percepisce una forza ed una perseveranza che va oltre lo slancio d’orgoglio o la sfida personale. L’umanità che inizialmente sembra effettivamente aver perso nell’inseguire il suo sogno – lo vediamo dalla supponenza con cui si rivolge ai suoi familiari e dalla superiorità con cui tratta i suoi rivali – lascia piano piano spazio ad una maturazione che significa comprendere il suo insegnante così come se stesso. Solo dopo aver mollato tutto ed essere rientrato per un momento in contatto con l’unica persona che lo legava alla realtà, quella ragazza che per eccesso di arroganza ha abbandonato troppo in fretta, sarà in grado di arrivare fin dove non si era mai spinto.
Alla fine è proprio il lavoro del regista fatto su Fletcher a decretarne la vittoria. È facile rendere un personaggio detestabile, più difficile riuscire a far comprendere le ragioni dei suoi metodi e farcelo amare senza che ci sia per forza un’evoluzione che lo porti a cambiare la sua natura per compiacere al pubblico. Comprendere la sua morale non vuol dire però condividerla o giustificarla. La tesi secondo la quale il metodo migliore per scoprire un talento sia metterlo costantemente a dura prova è sostenuta da Fletcher, non dal regista. Se si guarda l’intera vicenda tutto quello che ha portato il talento di Andrew a venire fuori in modo così dirompente è stato in realtà frutto del caso.
Non avrebbe mai suonato se non avesse smarrito lo spartito del primo batterista e soprattutto il motivo per cui Fletcher gli da una seconda possibilità nel finale non è per farsi perdonare ma per potersi vendicare. I metodi utilizzati sono quelli di un uomo che non ha mai veramente trovato la sua strada, non sono l’unica soluzione possibile. La forza del film sta proprio nel raccontare l’eccezione, la vittoria di due personalità che solo dopo un lungo percorso troveranno un punto d’incontro, non con le parole ma non la musica.
Non è un grande film ma un film grande per la forza e l’energia che sono in grado di travolgerti e di superare ogni prevedibilità.

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