Youth – La giovinezza

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C’è della verità nelle frasi e negli aforismi che pronunciano i protagonisti dei film di Paolo Sorrentino, è inutile negarlo. Intuizioni che da sole sarebbero in grado di salvare una storia zoppicante o rendere memorabile un’interpretazione. Di conseguenza l’ambizione della scrittura non può non essere supportata da una messa in scena ed una narrazione all’altezza, tali da non renderla vana. In questo senso la mancanza di una trama ne La grande bellezza e il suo basarsi quasi esclusivamente sul solo personaggio di Jep Gambardella permetteva di intraprendere un viaggio coerente e coraggioso pur nelle sua mancanza di equilibrio. Youth – La giovinezza parte in modo molto più spensierato, specialmente nei riusciti scambi tra due mostri come Michael Caine e Harvey Keitel, ma i temi che affronta sono tutt’altro che leggeri – c’è sempre molta serietà nell’affrontare vecchiaia, morte, rapporti genitoriali – e a questi si aggiunge una maggiore intimità veicolata da una regia ugualmente potente ed evocativa che, come nel film precedente, non convince mai appieno quando si spinge nel grottesco o nell’onirico. Il suo voler raccontare aspetti più personali con una leggerezza che non è quindi sinonimo di superficialità, crolla totalmente quando si scopre che i momenti più significativi sono abbandonati a loro stessi. Anche quando sorretti da interpretazioni fenomenali, vengono vanificati da svolte drammatiche pretestuose e archi narrativi banali. La scelta finale del compositore Fred Ballinger sembra andare totalmente in contrasto con quanto espresso in precedenza e il modo in cui la figlia – il personaggio più interessante – riesce a superare le sue paure segue la strada più prevedibile possibile. All’interno del microcosmo dell’hotel svizzero tutti raggiungono i loro obiettivi, dalla coppia che non parla a tavola al monaco buddhista, ma il voler dare per forza ad ognuno una chiusa, sia positiva che negativa, più che con profondità fa rima con la presuntuosità nell’accontentarsi delle frasi ad effetto e nell’imporre la propria visione. Dove sta il senso di inserire scene totalmente fuori contesto come quelle che hanno per protagonista la versione caricaturale di Maradona oltre a conferire grande importanza a quello che è un semplice omaggio? Il regista sembra troppo spesso più interessato a prendere le sue passioni, vestirle di una presunta originalità e aggiungere innocue critiche al mondo dello spettacolo, per farci sentire la forza delle storie che racconta. Nonostante La grande bellezza puntasse ancora più in alto, lo faceva con uno spirito anarchico che qui risulta si più accessibile e lineare ma soprattutto blando ed inconcludente. La differenza sta anche in quello che lo stesso regista dice attraverso i suoi personaggi: Jep è sincero con se stesso e col pubblico, si serve del suo smisurato ego per parlare mondo di oggi; Fred afferma di aver cercato per tutta la vita di non essere un intellettuale e ci è riuscito. Non gli crediamo molto.

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