Inside out

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La vita di Riley, una bambina di undici anni, verrà sconvolta quando le emozioni di Gioia e Tristezza abbandoneranno la sua mente, lasciandola in balia di Rabbia, Paura e Disgusto.
La pixar è sempre stata in grado di raccontare storie semplici toccando le corde giuste. Dopo due sequel, un prodotto interessante ma non memorabile come Ribelle ed un anno sabbatico, con Inside out raggiunge la sua forma perfetta, dove il ritmo frenetico e la capacità di alternare continuamente toni diversi sono possibili solo grazie ad una precisione narrativa chirurgica.
Il tema centrale è quello universale ed eterno della crescita rappresentato dall’archetipo del viaggio. Se normalmente ad un effettivo percorso esteriore – vedi quello di Russel sulla casa volante di Up – si accompagna un evoluzione interiore, qui avviene il contrario. L’azione si svolge nella mente che diventa concreta espressione di un viaggio introspettivo di cui vediamo gli effetti nella vita della protagonista. Individuato il tema è facile riconoscere nel movimento il mezzo ideale per raccontarlo. Anche nella realtà, seppur in maniera meno evidente, ricopre un ruolo fondamentale. Sarà infatti il trasloco a dar vita al trauma di Riley, lo spostamento verso una situazione che non è in grado di accettare; mentre la possibilità di una fuga, sarà lo spartiacque finale per sprofondare definitivamente o risalire. E ancora possiamo leggere ogni stato d’animo dal modo in cui vive la sua passione per l’hockey: da fonte di gioia e calore familiare nel passato a mezzo di ribellione nel presente.
Dove il movimento è quindi presente in chiave prettamente simbolica, per esplodere in tutta la sua forza nella mente ha necessariamente bisogno di un universo coerente in cui svilupparsi. Si rivela ancora una volta la capacità del regista di dar vita ad un mondo dentro un mondo – come quello che si nascondeva dietro le porte di Monsters & Co. – di cui ci viene mostrato molto e spiegato quel tanto (o poco) che basta per non rompere l’illusione e lasciare il desiderio di esplorare ogni “sezione” della mente. Chi non vorrebbe saperne di più delle Cineproduzioni di sogni o dei coniugi fatti di nuvole?
Inevitabile che il continuo spostarsi di Gioia e Tristezza per ritornare al “centro di comando” sia caratterizzato dalla velocità sia di azione che di narrazione. Molti sono infatti i momenti di fuga, i mezzi utilizzati e frenetici i continui battibecchi tra le emozioni. Con Gioia sempre impegnata nel contrastare il pessimismo di Tristezza e nel risolvere ogni problema. È quindi ancora più importante che i momenti in cui ci si abbandona alla più sfrenata fantasia – c’è un scena di delirio dimensionale che sembra uscito dal Flatlandia di Abbott – siano perfettamente bilanciati a quelli di pausa. Quest’anno solo in Mad Max: Fury Road – altro film che fa della “corsa” il suo perno – si era vista una tale capacità di gestire i tempi senza mai perdere il ritmo.
Al di là di quello che la storia offre a prima vista, e basterebbe già a renderlo grande, c’è quello che sedimenta in profondità o, per stare in tema, nel subconscio. Non solo Riley ma tutti noi siamo degli oggetti fragili, spesso in balia degli eventi esterni, che senza delle “isole” (i nostri valori) alle quali aggrapparci, possiamo sprofondare con facilità. Più dell’importanza di ritrovare il legame familiare, stupisce la disinvoltura con cui si parla del graduale e forse fisiologico passaggio da una vita spensierata e piena di gioia ad una in cui si è costantemente messi alla prova e che senza punti di riferimento può portare, nel caso di Riley, alla depressione. Sarà proprio Tristezza, l’emozione più indesiderata, a salvarla. Attraverso l’accettazione della sua sofferenza potrà ripartire e costruire delle basi ancora più solide. Questo percorso, che in altre forme può sembrare melenso o banale, attraversato da una bambina di undici anni ed espresso con un linguaggio così semplice e diretto, è intimamente rivoluzionario.

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