Sopravvissuto – The Martian

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A volte basta un singolo momento per racchiudere lo spirito di un film, anche solo una canzone.
La scelta di Starman di David Bowie è quanto di più banale si possa trovare in un film di fantascienza. Eppure nel caso di Sopravissuto – The Martian, funziona perfettamente.
Il protagonista del titolo è Mark Watney (Matt Damon) che, dato per morto, sarà costretto a sopravvivere per quattro anni in attesa di una nuova missione di salvataggio. A dispetto di quanto possa sembrare non siamo dalle parti del Cast Away di Tom Hanks ma piuttosto di un incrocio tra Guardiani della galassia e McGyver. Detto così può suonare strano ma è la semplice dimostrazione che le grandi idee inevitabilmente influenzano quello che viene dopo. E Drew Goddard – sceneggiatore del film oltre che del nuovo Daredevil televisivo – “ruba” intelligentemente alcuni elementi del film di James Gunn che ben si sposano con l’avventura di Mark, in particolare l’omaggio verso la cultura pop degli anni ’80. Un televisore trasmette in sottofondo Happy Days e tra ABBA e Donna Summer si celebra la musica dance più commerciale. Questa poi viene spesso trasmessa, ascoltata – e ballata – direttamente dal protagonista come il Peter Quill spaziale.
È chiaro quindi che in un contesto del genere conta l’abilità nel gestire un tono leggero senza cercare a tutti i costi la battuta di facile presa e nel non prendersi mai troppo sul serio anche nei momenti più drammatici dove basterebbe pochissimo per rendere la retorica e i trionfalismi insopportabili.
Anzi, la sua natura è proprio quella di essere una sorta di divertita presa di coscienza che il film ambientato nello spazio non possa essere serioso tantomeno realistico. Una non-parodia che gode e trova una propria epica nell’esaltazione dell’assurdità e dove il finale, un trionfo del non-sense, sembra voler farsi beffa della gravità dei vari Interstellar e Gravity.
Pur non avendo una scrittura sempre brillante – in questo senso Quella casa nel bosco era un operazione di maggior rottura – o che vada mai in profondità – esilarante come Mark sia sempre allegro ed ironico fino alla fine, non vengono mai sfiorate implicazioni psicologiche – il cuore del film non sta tanto nel contenuto quanto nel concentrarsi sulla narrazione. I tempi sono dosati perfettamente e più che per i personaggi sono ripartiti per gli ambienti in cui essi si muovono: Marte, la stazione spaziale dell’equipaggio e la Terra. Ognuno è un universo a se stante con le sue regole e l’allontanamento anche per lunghe fasi dalla storyline principale di Mark, non mina l’interesse o il ritmo della pellicola.
È un gioco che fa sembrare tutto facile, come scegliere una canzone orecchiabile, e trova in un Ridley Scott perfettamente a suo agio la leggerezza che gli mancava da tempo.

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