Revenant – Redivivo

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Ci sono film che destano grande interesse e aspettative prima ancora della loro uscita. Birdman era caratterizzato dal ritorno di un volto dimenticato dal cinema e dal fatto di essere stato girato con un lunghissimo e “fittizio” piano sequenza. Revenant è inevitabilmente la performance fisica di Leonardo DiCaprio e l’utilizzo della sola luce naturale per le riprese.
Il rischio è che un film con ambizioni del genere e così imponente dal punto di vista visivo sia sbilanciato in quello narrativo. Meglio puntare alla semplicità – come avveniva in Cast Away – o lasciarsi ingolosire dalle possibilità che offre una storia di lotta e sopravvivenza?
Insieme ai suoi protagonisti che attraversano montagne innevate, anche il regista sceglie con decisione la via più impervia mirando ad un racconto che non ha paura di parlare di umanità e spingersi oltre. Si passa dal naturale confronto Uomo/Natura a quello con Dio, ben esplorato dal personaggio più interessante e controverso che si chiede quale senso abbia avere Fede quando si vive solo per sopravvivere. L’aspetto che emerge di più è quello della differenza fra giusto e sbagliato, al punto che ogni personaggio sembra rappresentare varie sfaccettature della giustizia: c’è il giovane che agisce nel modo più puro e altruistico e il capitano che rispetta la legge; il cattivo per cui vige la legge del più forte fino al protagonista che, attraverso il suo viaggio, è forse l’unico in grado di potersi allontanare dagli istinti più animali.
L’intero film è quindi impregnato di un’umanità ancora primitiva e funziona soprattutto quando mostra l’animalità della vendetta e cerca di trovare nei gesti di pietà ciò che se ne allontana. Non è un caso che i momenti più emozionanti e di maggior tensione siano quelli che rispondono a queste dinamiche: la lotta con un orso Grizzly e la resa dei conti finale.
Il problema è che al regista questo non basta e se da un lato sfocia nell’artificiosità dell’effetto a tutti i costi mostrando lo schermo che si appanna e si sporca di sangue, dall’altro cerca di infondere al tutto un significato più elevato, un aura di lirismo dove invece dominano i più bassi istinti umani. Il salto da fare è eccessivo e quest’ambizione non si concilia con l’ossessiva ricerca di realismo. In particolare le visioni mistiche/spirituali o della donna amata che fluttua come un angelo appaiono troppo scollegate e fuori contesto rispetto all’efficacia di mantenere la storia su di un piano terreno. Scelte che, pur coraggiose, si ripercuotono negativamente su tutto il resto. L’insistenza nell’evidenziare quanto la Natura sia un vero e proprio personaggio la rende più che un nemico da affrontare, un quadro da mostrare. Il paesaggio così non trova quasi mai l’essenzialità nella singola inquadratura ma solo l’accumulo di immagini.

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