Lo chiamavano Jeeg Robot

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Sembrano quelle lamentele che si sentono nei bar, eppure l’esordiente regista Gabriele Mainetti ha ragione a dire che in Italia il genere non ha futuro. Anzi, questo è quello che gli hanno detto, probabilmente con poca voglia di osservare come in Francia e Spagna le cose siano diverse. Fortunatamente Lo chiamavano Jeeg Robot è un film di supereroi che funziona al di là di essere inscatolabile in un genere.
Con grande conoscenza degli elementi più basilari e noti dei fumetti (il protagonista acquisisce i suoi poteri da una sostanza radioattiva!) ma anche del “mito dell’eroe” di Joseph Campbell, il regista costruisce una trama semplice senza dare l’impressione di voler imitare altro, grazie alla presenza di uno stile realmente personale. Anche la forte caratterizzazione spaziale, la periferia romana – oltre allo stadio olimpico dello scontro finale – non porta ad un banale “roma-centrismo” fine a se stesso, ma il luogo è determinante per la descrizione di una realtà, criminale e non, in cui i personaggi sono immersi. Ed è proprio a loro che si rivolge il focus della storia. Il protagonista Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) è totalmente chiuso in sé, si è costruito una corazza fisica ed emotiva – “non sono amico di nessuno” ripete più volte – e troverà inaspettatamente la forza di romperla grazie all’anomalo rapporto con la tenera e fuori di testa Alessia, traumatizzata dalla scomparsa della madre ed ossessionata fino alla follia dal cartone di Jeeg Robot. Come nel Léon di Luc Besson è attorno a lei che si fonda il cuore del film e trova i momenti più emozionanti. Se da un lato non c’è la pesantezza nell’essere per forza foriero di messaggi sociali, dall’altro si calca un po’ troppo la mano nel tirare fuori un’eccessiva drammaticità dai suoi protagonisti. Proprio il personaggio di Alessia sembra un po’ troppo chiuso, a livello di scrittura, dall’essere funzionale all’evoluzione del protagonista. Mentre a volte bastano piccole ma efficaci idee per trovare il giusto equilibrio: la scena in cui Enzo usa la sua forza per spostare una ruota panoramica abbandonata e far fare un giro ad Alessia è una perfetta sintesi del suo percorso.
Anche le ingenuità che ogni tanto si intravedono – spesso i protagonisti scoprono l’elemento necessario per la mossa successiva grazie alle notizie dei telegiornali – sono sempre sovrastate dall’efficacia della messa in scena, mai presuntuosa nel voler stupire, e utili a trovare non solo nel contenuto ma anche nel ritmo, il giusto intrattenimento.
Un’ulteriore dimostrazione della cura alla base di questa operazione la troviamo nella figura del villain che rientra pienamente in un ideale trio di adulti poco cresciuti. Nel suo caso l’immaturità è portata a livelli di ambizione e narcisismo estremi. Interpretato da uno straordinario Luca Marinelli lui è il Joker che non si fila nessuno, aspira alla notorietà – maggiore di quella ricevuta da Domenica In – e al potere. Soprattutto conferma la regola che il villain è spesso più interessante dell’eroe vincendo, in questo caso, il confronto con altre produzioni più blasonate.

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3 risposte a Lo chiamavano Jeeg Robot

  1. wwayne ha detto:

    Rieccomi! Tra i film italiani usciti nel 2016 mi è piaciuto molto anche quest’altro: https://wwayne.wordpress.com/2016/05/22/il-giorno-di-timber/. L’hai visto?

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