Fuocoammare

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La prima cosa che viene in mente quando si pensa ad un documentario è la classica formula che comprende interviste, testimonianze e la trattazione di temi spesso a carattere politico/sociale. In realtà questo genere può dare origine ad opere anche più interessanti e sperimentali della finzione (vedi il bellissimo Ferma il tuo cuore in affanno o Stories we tell). Gianfranco Rosi nel suo Fuocoammare utilizza uno stile molto personale e lontano dai soliti canoni. Innanzitutto è un film pieno di silenzi che sembrano volersi distaccare dai fiumi di parole vomitate ogni giorno dai media. Le parole che sentiamo sono quelle naturali e banali che scandiscono il quotidiano. Quando però sono pronunciate dalle persone che accolgono i profughi a Lampedusa o dal medico che per primo li cura – e che rappresenta un po’ il cuore narrativo/umano della vicenda – il tentativo di affrontare la realtà in modo distaccato come unica possibilità di reazione e la disperazione della situazione creano un contrasto che nella sua apparente freddezza penetra ancora più a fondo. Eppure non c’è mai retorica, né racconti che puntano alla più facile emotività. Sono pochissime le testimonianze dirette, il resto è una vera e propria immersione che cattura istanti privati e per questo autentici, come un uomo che racconta cantando le sue peripezie per arrivare in Italia, passando dalle prigioni della Libia.
Il regista è molto preciso nel trovare il senso del film attraverso le immagini, vere protagoniste silenziose. Sguardi ampissimi di paesaggi senza tempo che sembrano disegnare un ambientazione western. L’isola diventa una bolla, un universo a se stante che si riempie ogni giorno di storie che non hanno speranza di cambiamento, l’unico faro è costituito da coloro che non riescono a far finta di niente.
Uno dei ritratti più belli e ironicamente rappresentativi, mostra un bambino con un occhio “pigro”, può vedere ma il cervello preferisce usarne uno solo come a volerlo preservare dalla realtà che lo circonda. Se vuole seguire le orme del padre e diventare un marinaio ha poi bisogno di “allenare” lo stomaco per abituarsi al mal di mare. Al medico che lo visita – lo stesso dei migranti – non basterà una vita intera per digerire quello che vede. Anche lui ha un vuoto, proprio nello stomaco, la solitudine che si respira e la mancanza di un qualsiasi sostegno non possono colmarlo.

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