Doctor Strange

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Potremmo definire in tanti modi il cinema mainstream degli ultimi anni: banale, infantile, ripetitivo. Sempre più votato al consumo rapido ed immediato. Non una grande scoperta verrebbe da dire, ma la definizione di “cinema d’esposizione” è quella che forse più di tutte si adatta a descrivere questa tendenza. Tra poco scopriremo il perché.
Partiamo dal fatto che raccontare un personaggio poco conosciuto, rappresentava indubbiamente un “rischio” per la Marvel. Arrivata al 14° film ha infatti deciso di puntare su un’altra storia di origini e ridurre al minimo i collegamenti con gli altri tasselli dell’universo Marvel (il più importante è relegato ai titoli di coda). In questo senso chi sperava in un cambio di tono rimarrà deluso, la formula è sempre quella dell’azione e della facile ironia che, salvo qualche eccezione, è sempre stata presente. In maniera quasi sorprendente sono proprio tutte queste ragioni a rendere il film di Scott Derrickson uno dei più riusciti fin dal primo Iron man. La storia trova il suo equilibrio nonostante la prevedibilità della trama e dello sviluppo narrativo dei suoi protagonisti.
La scelta che stavolta ha fatto la differenza è stata mettere il potere di Stephen Strange (Benedict Cumberbatch) – la Magia – allo stesso livello dei personaggi. Renderlo l’elemento che anima e sorregge il mondo che lo stregone andrà a scoprire, più importante della tecnologia per Tony Stark o della mitologia per Thor. Il tono sempre così giocherellone e il ritmo forsennato, ma mai confuso, sono più che mai necessari per accettare l’uso della spiritualità che diventa un altro pretesto per proporre azione a volontà.
Ma veniamo a quello che dicevamo all’inizio. Il punto di svolta per la vita di Strange sarà l’incidente d’auto che comprometterà per sempre la sua brillante carriera di chirurgo. Ebbene in questo incidente spettacolare, c’è un momento al ralenti per far capire che gli si spezzano le ossa delle mani. Sembra un particolare insignificante ma è rappresentativo della diffusa volontà di spiegare sempre tutto – sia a parole che per immagini – e di non lasciare alcuno spazio di manovra allo spettatore. È la strada più facile perché non richiede di trovare quel dettaglio o quell’immagine in grado di raccontare più di quello che rappresenta. Tutto viene appunto esposto.
Tuttavia anche in questo caso Doctor Strange ne esce vincitore. Perché stavolta l’aspetto visivo è il punto di forza indispensabile per la riuscita di tutta l’operazione e per entrare in sintonia con questo universo magico fatto di proiezioni astrali e dimensioni alternative.
Per una volta riemerge quella voglia, nascosta da qualche parte, di abbandonarsi semplicemente allo stupore. Fiduciosi che molto altro ci potrà ancora sorprendere, anche se non sarà sempre così. E non è poco.

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