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Potrebbe essere un thriller come tanti e deludere, magari sfruttare bene il suo potenziale e soddisfare, oppure trovare un M. Night Shyamalan in stato di grazia e sorprendere.
Il regista indiano si dimostra infatti perfettamente in grado di prendere il cinema moderno e piegarlo al suo stile. Distrugge le mode hollywoodiane del momento creando lo stesso qualcosa di personale.
Sarebbe stato davvero facile cadere nel prevedibile o sconfinare nell’assurdo, eppure Shyamalan gioca lo stesso con i toni come un equilibrista. Fonde ironia, elementi paranormali e storie di abusi sessuali senza mai perdere di vista il proprio centro. Si ostina a costruire una tensione continua con una determinazione incredibile, rispettando i confini del genere che più volte si diverte a scavalcare.
Gli spunti che suggerisce questa storia semplice sono così numerosi che il film potrebbe benissimo prendere altre strade senza sfigurare. Ma il regista punta deciso all’intrattenimento e non cerca la metafora o la morale a tutti i costi. Queste sorgono spontanee da una narrazione capace di rendere interessanti e coerenti anche le svolte più banali.
Fa esattamente l’opposto di quello a cui siamo abituati: mostra il minimo indispensabile e lascia che siano le inquadrature a parlare. Delle 23 personalità che convivono nel corpo di Kevin (James McAvoy), gli basta mostrarne quattro per creare un mondo intorno al suo protagonista. Anche la scrittura non è da meno nel rendere gli altri personaggi – compresa l’anziana psicologa che lo segue – altrettanto importanti per estendere la mitologia e dar vita ad un racconto più ampio di qualsiasi universo condiviso.
A volte ci dimentichiamo di quanto conti l’impronta di un autore anche nel cinema di genere. Nel finale non solo un immagine è sufficiente a guardare un personaggio da una prospettiva diversa (che cos’è l’horror se non un alterazione della prospettiva per percepire in modo diverso la realtà), ma una frase può essere una chiave per aprire la porta del film e permetterci di vederlo più chiaramente che dal buco della serratura. Sarà proprio Kevin, al culmine della sua follia, a trovare un legame con una delle ragazze rapite, Casey, e a capire che “quelli che soffrono sono privilegiati”. Partendo da un elemento fantastico, arriviamo alla dimensione più umana e realistica. È vero, il male si forma dentro di noi, ma nasce dall’ambiente esterno, dalle sofferenze che ci colpiscono. Possono dare origine a personalità malvagie nel caso di Kevin, o permettere a Casey di affrontare qualsiasi pericolo. La più asociale e introversa delle tre ragazze, sarà l’unica in grado di combattere la “Bestia” che c’è in ognuno di noi.

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Casey Cook (Anya Taylor-Joy, a sinistra)

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Animali fantastici e dove trovarli

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Uno dei problemi della saga cinematografica di Harry Potter è stata la mancanza di un’adeguata gestione della complessità di storie e rapporti, soprattutto nei film diretti da David Yates. Per questo c’era grande curiosità nel trovare la stessa Rowling nell’inedita veste di sceneggiatrice. Se non altro l’impressione era quella di non dover assistere ad uno dei tanti spin-off/prequel fatti per sole esigenze commerciali ma anche per la volontà di raccontare qualcosa di nuovo. Cosa che effettivamente avviene.
In primo luogo grazie al fatto che Animali fantastici e dove trovarli non è ambientato in una scuola, ma in una grande città, la New York del 1926, e questo ha permesso l’introduzione di aspetti come la convivenza tra maghi e non maghi e le differenze culturali tra America ed Inghilterra. Oltreoceano esiste perfino la variante americana al termine Babbano (No-mag), una propria scuola di Magia (Ilvermorny) e un Magico Congresso (Macusa). C’è insomma la volontà, a partire dall’ambientazione, di espandere una mitologia che ha affascinato in primis milioni di lettori. L’apice viene raggiunto nel momento in cui viene esplorata la parte meno edulcorata del mondo magico. Un sottobosco di criminali e spacciatori di animali fantastici che richiama gli universi creati da Star Wars. Non si sente inoltre il peso e la necessità di dover citare a tutti i costi nomi o fatti della precedente saga e quando avviene, c’è sempre una logica narrativa.
Alla Rowling nei suoi libri sono riuscite due cose fondamentali: creare dei personaggi con i quali empatizzare e passare da una storia per bambini ad un racconto sempre più adulto e maturo. Portare le stesse ambizioni in un film di due ore per quanto ammirevole, aumenta il rischio di sbandare. Il tempo che hai sullo schermo non è lo stesso della carta, così Animali fantastici si ritrova ad essere un film d’avventura sia leggero e spensierato, sia estremamente cupo, e a cercare un sentimentalismo inadeguato per il poco tempo che ha avuto per costruirlo. Soprattutto manca il tempo per legare con i personaggi, quasi sempre sopra le righe e coinvolti in scene di umorismo slapstick. Addirittura si cerca la commozione nei riguardi di Jacob, il no-mag che funge quasi sempre da spalla comica. Ma è proprio il protagonista, Newt Scamander (Eddie Redmayne), a funzionare meno. Passa dall’essere tenero a scontroso e non si riesce mai a capire il suo reale valore, se mago imbranato – il pretesto che fa partire la storia è irritante – o coraggioso.
Eppure non è così diverso da Harry Potter, entrambi sono personaggi senza particolari doti che per fortuna o per coraggio (appunto) riescono a salvare la situazione. Entrambi sono anche particolarmente avversi alle regole, e questo aspetto emerge bene nel contrasto tra un potere (sia magico che umano) arrogante che risolve i problemi con la prigionia o la pena di morte (!) e il desiderio di libertà che Newt vorrebbe garantire alle creature magiche.
Ci sono diverse trovate interessanti, l’idea che la sofferenza delle persone possa originare una grande forza oscura – l’Obscurus – è una di queste. Ma per demeriti a volte di scrittura a volte di una confezione non esaltante dalla quale David Yates non sembra in grado di scostarsi, funzionano più nei contenuti che nella forma.

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Newt Scamander (Eddie Redmayne)

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È solo la fine del mondo

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L’idea di mostrare una realtà che forse non è veramente tale, era già presente in Mommy. Lì l’immaginazione rappresentava la speranza, una finestra per sfuggire dalla sofferenza. Ma basare la propria vita su delle illusioni e costruirsi una corazza contro la paura e la codardia, può essere fatale.
È quello che ha fatto per dodici anni Louis, si è allontanato dalla sua famiglia senza un vero motivo e ora sta per tornare da loro per annunciare la sua morte imminente.
Lo spunto tratto da una piéce teatrale è assolutamente coerente con quanto ha spesso raccontato Xavier Dolan. Ma al giovane regista francese piace rischiare, sovvertire le regole come un prestigiatore della narrazione. Se in Mommy combinava una storia lineare con la semplice ma potente idea di restringere (e allargare) l’inquadratura, in È solo la fine del mondo gioca sul confine tra ciò che si desidera e ciò che avviene realmente. Durante la visione si percepisce che il racconto non segue sempre dei binari prefissati, passa dall’essere trattenuto ad esagerato con alternanza schizofrenica. Aumenta il ritmo come se dovesse scoppiare una bomba e improvvisamente rallenta.
E se il film stesse assecondando la visione di Louis e tutte queste variazioni fossero uno specchio delle sue insicurezze? Se il suo punto di vista fosse l’”allargamento dell’inquadratura”? Quello che ci dà l’illusione di assistere ad un viaggio più metaforico che concreto, dove le scene più importanti sembrano appartenere a luoghi senza tempo, sospesi in un’atmosfera irreale.
L’eccessivo indugiare su dialoghi teatrali e alcuni momenti fin troppo dilatati possono anche irritare – cosa è effettivamente è successa a Cannes – ma è innegabile la forza con cui il suo dramma inonda lo schermo, come una stanza invasa dal sole nella scena finale.
Quando una storia è così sentita e sembra un grido disperato dello stesso regista è più difficile far emergere l’aspetto artistico su quello personale. Nonostante sembri vittima della sua stessa ambizione, Dolan tira fuori uno dei suoi film più maturi, con una classe e una risolutezza tali da pensare che niente sia lasciato al caso.
La bambina che copre gli occhi di Louis sull’aereo, un profumo sul collo che diventa la scusa per un abbraccio, la polvere che esce da un materasso, sono tocchi di classe che troviamo solo nei grandi autori, quelli che portano sempre qualcosa di nuovo anche se affrontano le stesse tematiche.
È proprio attraverso questi dettagli che emerge la poetica di Dolan, più che con le (poche) parole del suo protagonista. Non è forse la paura di affrontare il proprio passato la vera morte per Louis? Immaginare che gli altri non siano in grado di capirci, di perdonarci, di essere felici è la soluzione più comoda. Il ricongiungimento familiare potrebbe essere la fine del mondo, ma non la fine di tutto.

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Louis (Gaspard Ulliel)

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Doctor Strange

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Potremmo definire in tanti modi il cinema mainstream degli ultimi anni: banale, infantile, ripetitivo. Sempre più votato al consumo rapido ed immediato. Non una grande scoperta verrebbe da dire, ma la definizione di “cinema d’esposizione” è quella che forse più di tutte si adatta a descrivere questa tendenza. Tra poco scopriremo il perché.
Partiamo dal fatto che raccontare un personaggio poco conosciuto, rappresentava indubbiamente un “rischio” per la Marvel. Arrivata al 14° film ha infatti deciso di puntare su un’altra storia di origini e ridurre al minimo i collegamenti con gli altri tasselli dell’universo Marvel (il più importante è relegato ai titoli di coda). In questo senso chi sperava in un cambio di tono rimarrà deluso, la formula è sempre quella dell’azione e della facile ironia che, salvo qualche eccezione, è sempre stata presente. In maniera quasi sorprendente sono proprio tutte queste ragioni a rendere il film di Scott Derrickson uno dei più riusciti fin dal primo Iron man. La storia trova il suo equilibrio nonostante la prevedibilità della trama e dello sviluppo narrativo dei suoi protagonisti.
La scelta che stavolta ha fatto la differenza è stata mettere il potere di Stephen Strange (Benedict Cumberbatch) – la Magia – allo stesso livello dei personaggi. Renderlo l’elemento che anima e sorregge il mondo che lo stregone andrà a scoprire, più importante della tecnologia per Tony Stark o della mitologia per Thor. Il tono sempre così giocherellone e il ritmo forsennato, ma mai confuso, sono più che mai necessari per accettare l’uso della spiritualità che diventa un altro pretesto per proporre azione a volontà.
Ma veniamo a quello che dicevamo all’inizio. Il punto di svolta per la vita di Strange sarà l’incidente d’auto che comprometterà per sempre la sua brillante carriera di chirurgo. Ebbene in questo incidente spettacolare, c’è un momento al ralenti per far capire che gli si spezzano le ossa delle mani. Sembra un particolare insignificante ma è rappresentativo della diffusa volontà di spiegare sempre tutto – sia a parole che per immagini – e di non lasciare alcuno spazio di manovra allo spettatore. È la strada più facile perché non richiede di trovare quel dettaglio o quell’immagine in grado di raccontare più di quello che rappresenta. Tutto viene appunto esposto.
Tuttavia anche in questo caso Doctor Strange ne esce vincitore. Perché stavolta l’aspetto visivo è il punto di forza indispensabile per la riuscita di tutta l’operazione e per entrare in sintonia con questo universo magico fatto di proiezioni astrali e dimensioni alternative.
Per una volta riemerge quella voglia, nascosta da qualche parte, di abbandonarsi semplicemente allo stupore. Fiduciosi che molto altro ci potrà ancora sorprendere, anche se non sarà sempre così. E non è poco.

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The dentist

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A volte bastano poche parole per raccontare un film. A The dentist addirittura tre: un dentista impazzisce. Con questo concept così essenziale Brian Yuzna ha già vinto, ci sono tutti gli ingredienti necessari per avere un horror che colpisce quello che forse è il secondo punto più vulnerabile del corpo umano dopo gli occhi: parliamo ovviamente dei denti.
Ma il regista fortunatamente non si adagia sull’esilità della trama e non cade in prevedibili derive splatter indugiando sul mostrare quello che succede ai poveri pazienti prede della follia vendicativa del dentista. Non mancano le scene che mettono a dura prova gli spettatori più coraggiosi, ma non durano mai troppo da diventare fine a se stesse e soprattutto ci sono altri elementi che contribuiscono a creare un’atmosfera disturbante. I suoni dei vari strumenti sono uno di questi, chi non prova un piccolo brivido al solo sentire il rumore del trapano?
La regia è efficacissima nel rendere credibile il suo protagonista lavorando esclusivamente con le immagini, là dove trovare giustificazioni psicologiche sarebbe stato completamente inutile. Già dalla prima scena appare su uno sfondo bianco che muove le mani come se si stesse preparando ad una operazione mentre guarda fisso in camera, vorrà forse dire che siamo noi i pazienti?
In un altro momento – forse il più riuscito del film – prosegue questo gioco dei punti di vista che ci porta a vestire i suoi panni. Sta (stiamo) conducendo la moglie (proprio quella che lo ha tradito facendogli perdere il senno, ahi ahi) sulla sedia di una sala operatoria grande e accogliente come un teatro. Vediamo solo la sua mano che, danzante sulle note di musica classica in sottofondo, la invita a sedersi. Il resto della visita non sarà altrettanto rilassante.
Oltre al “classico” utilizzo di inquadrature storte e distorte come una mente che perde sempre di più la sua direzione, quello che colpisce è l’estrema cura nel mettere in contrasto l’apparenza col marcio che si nasconde in profondità.
L’orrore funziona proprio perché si annida dove dovremmo sentirci più al sicuro: le stanze dello studio dentistico – che a tratti ricorda l’Overlook Hotel – così pulite e accoglienti sono infatti un’estensione della personalità del dentista e luoghi in cui avverrà la sua crociata per rimuovere lo sporco e riportare l’ordine.
L’ottima messa in scena ci permette di sospendere l’incredulità per tutte le incongruenze tipiche del genere – le infermiere ci mettono un po’ troppo a capire quello che sta succedendo – che tuttavia sono necessarie per portarci dove vuole il film.
Per percorrere le strade del brivido non ci sono cinture di sicurezza e l’autista può anche infrangere le regole.

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The nice guys

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Shane Black è un Autore. Fin dalla sua prima sceneggiatura – Arma letale – ha sempre dato un’impronta precisa, anche se nella maggior parte dei casi non era alla regia.
In The nice guys sono presenti tutti i tratti distintivi del suo cinema, forse fin troppo evidenti per chi lo conosce, ma dimostra ancora una volta la sua bravura nello scrivere, e quanto non sia facile mescolare perfettamente azione e commedia. In un colpo solo spazza via tutti i buddy-movie più banali e i peggiori sequel di Arma letale e Die Hard.
Quello che stupisce è l’utilità e l’importanza che assumono nel film anche gli aspetti più banali e forzati. L’intreccio così apparentemente complicato nasconde in realtà una trama semplice – due detective (Ryan Gosling e Russel Crowe) cercano una ragazza scomparsa coinvolta in un intrigo politico – necessaria a catapultare i due protagonisti da un luogo all’altro. Gli stessi stratagemmi adottati per procedere con la storia sono spesso artificiosi: tra personaggi che cadono miracolosamente sulla macchina di chi li sta cercando e altri che compaiono là dove il film ha bisogno del “gancio” per il gran finale.
Ma sono ingenuità consapevoli del loro scopo, tutto torna utile per non prendersi troppo sul serio e sostenere ogni trovata comica. Ad un certo punto i due detective cascano (anche loro) in un trucco da b-movie lasciando da sola la ragazza che tutti stanno cercando. Questo permette a loro di tirare fuori un dialogo assurdo sul vedere Nixon in punto di morte, e alla trama di introdurre un cattivo e conseguente azione. Emerge quindi la volontà del regista di volersi prendere gioco della narrazione stessa e dei suoi meccanismi, cosa che avveniva in modo ancora più irriverente nel sottovalutato Kiss kiss, bang bang.
La parte comica funziona dall’inizio alla fine senza annoiare mai. Black è bravo a non utilizzare la stessa gag più di due volte – quella di Ryan Gosling ubriaco sembra uscita da Hollywood Party – e a far sì che non siano solo le battute ma anche il contesto (siamo negli anni ’70) e i luoghi a creare un’atmosfera esilarante. Anche una porta di un bagno che non si chiude bene o una caduta in piscina possono essere estremamente utili allo scopo.
Per quanto a volte rischi di scadere nel banale, il film trova il suo cuore nel rapporto tra Gosling e la figlia. È lei il personaggio più puro, immersa nella spirale di violenza, ma non così tanto da diventarne preda. Come il bambino di Iron man 3 sarà l’unica in grado di mettere in dubbio l’etica di chi le sta intorno.
Consapevoli del fatto che una tale formula non può essere ripetuta all’infinito, speriamo che Black sia in grado di andare al di là di quello che sa fare meglio.

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Fuocoammare

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La prima cosa che viene in mente quando si pensa ad un documentario è la classica formula che comprende interviste, testimonianze e la trattazione di temi spesso a carattere politico/sociale. In realtà questo genere può dare origine ad opere anche più interessanti e sperimentali della finzione (vedi il bellissimo Ferma il tuo cuore in affanno o Stories we tell). Gianfranco Rosi nel suo Fuocoammare utilizza uno stile molto personale e lontano dai soliti canoni. Innanzitutto è un film pieno di silenzi che sembrano volersi distaccare dai fiumi di parole vomitate ogni giorno dai media. Le parole che sentiamo sono quelle naturali e banali che scandiscono il quotidiano. Quando però sono pronunciate dalle persone che accolgono i profughi a Lampedusa o dal medico che per primo li cura – e che rappresenta un po’ il cuore narrativo/umano della vicenda – il tentativo di affrontare la realtà in modo distaccato come unica possibilità di reazione e la disperazione della situazione creano un contrasto che nella sua apparente freddezza penetra ancora più a fondo. Eppure non c’è mai retorica, né racconti che puntano alla più facile emotività. Sono pochissime le testimonianze dirette, il resto è una vera e propria immersione che cattura istanti privati e per questo autentici, come un uomo che racconta cantando le sue peripezie per arrivare in Italia, passando dalle prigioni della Libia.
Il regista è molto preciso nel trovare il senso del film attraverso le immagini, vere protagoniste silenziose. Sguardi ampissimi di paesaggi senza tempo che sembrano disegnare un ambientazione western. L’isola diventa una bolla, un universo a se stante che si riempie ogni giorno di storie che non hanno speranza di cambiamento, l’unico faro è costituito da coloro che non riescono a far finta di niente.
Uno dei ritratti più belli e ironicamente rappresentativi, mostra un bambino con un occhio “pigro”, può vedere ma il cervello preferisce usarne uno solo come a volerlo preservare dalla realtà che lo circonda. Se vuole seguire le orme del padre e diventare un marinaio ha poi bisogno di “allenare” lo stomaco per abituarsi al mal di mare. Al medico che lo visita – lo stesso dei migranti – non basterà una vita intera per digerire quello che vede. Anche lui ha un vuoto, proprio nello stomaco, la solitudine che si respira e la mancanza di un qualsiasi sostegno non possono colmarlo.

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