Guardiani della galassia Vol. 2

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“What a good wife you would be (such a fine girl)
But my life, my lover, my lady is the sea”
Looking Glass – Brandy

Guardiani della galassia aveva sorpreso tutti.
La bravura di James Gunn fu quella di presentarci efficacemente cinque personaggi con uno stile subito ben delineato che andava oltre la semplice formula di azione e ironia. Sotto la superficie emergeva già il cuore che rese iconiche le parole “Noi siamo Groot”.
Inutile ribadire le difficoltà nel realizzare un sequel con un tale successo, non solo di pubblico, alle spalle. La paura di trovarsi di fronte gli stessi elementi che avevano reso vincente il primo era alta e effettivamente il film inizia allo stesso modo, con un prologo ambientato sulla Terra nel passato. Non solo, anche qui i titoli di testa sono scanditi dal ballo di uno dei protagonisti e per tutto il film li vediamo muoversi e scontrarsi senza una vera trama. Come il più abile dei prestigiatori James Gunn fa invece quello che difficilmente accade spesso: i tratti distintivi non sono ripetizioni ma le porte che ci catapultano in un mondo che avevamo appena iniziato a scoprire tre anni fa e che ci torna subito familiare. Una volta varcata quella soglia veniamo accompagnati nel viaggio emotivo di Peter Quill. Ed è proprio questo il colpo di genio del regista: mettere al centro di tutto i suoi personaggi le cui storie personali non sembrano così lontane dalle nostre.
Proprio per la necessità di realizzare un film ancora più grosso, si nota ancora di più lo spirito anarchico del regista, forse l’unico in grado di dare la sua impronta personale e libera mantenendosi in linea con le logiche produttive.
Nonostante sia assolutamente evidente in ogni battuta l’amore di Gunn verso i guardiani e la capacità della scrittura nell’adattarsi ad ognuno di loro per renderli umani – sarebbe un errore liquidare tutto nel rango dei buoni sentimenti –  non mancano i momenti in cui riesce a trovare quel connubio che porta l’azione ad essere un’estensione del personaggio. Ne è un esempio la scena di Yondu che si vendica di chi lo ha tradito sulle note di Come a little bit closer.
La sceneggiatura è quindi il vero punto di forza che riesce a non ripetersi mai e a riproporre il tono irriverente dell’originale, senza che ci sia mai una battuta di troppo. Difficilissimo quando si è costantemente così sopra le righe. È incredibile soprattutto vedere come tutti gli omaggi e le citazioni di serie tv degli anni ’80 che Gunn inserisce “sfruttando” Peter Quill – da Pacman a Supercar passando per Cin Cin – servano per raccontare la sua storia.
Il culmine viene raggiunto quando è lo stesso Ego, interpretato da Kurt Russel, a spiegare il testo di una canzone che ascoltiamo all’inizio e che rivela il senso delle sue azioni come se fosse stata scritta apposta per lui.
Attraverso un genere proiettato verso mondi lontani, il film trova l’umanità dove tutto è alieno. Quello che a prima vista potrebbe sembrare uno spettacolo tanto variopinto quanto superficiale, nasce invece dal cuore. E non sembra un caso che il vero nemico –  una mente che persegue solo obiettivi egoistici e calcolatori – sia interno alla storia, inerente alla vita di ogni guardiano e pericolosamente in grado di superare i confini dello schermo.

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