Alien: Covenant

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Se potessimo fare qualche domanda ai piani alti della produzione sarebbe molto più facile capire il senso di certe scelte. Non dev’essere stato facile trovare la giusta ”ibridazione” tra seguito di Prometheus e prequel della saga iniziata nel 1979, in parole povere tra esigenze narrative e commerciali. Tuttavia ci priveremmo del gusto di scoprire tutto da soli, quindi mettiamo da parte ogni elucubrazione e basiamoci su quanto visto.
L’inizio di Alien: Covenant è abbastanza inconsueto ma a suo modo incoraggiante. Si prende il tempo necessario per presentarci Walter – androide uguale al David di Prometheus ma più avanzato – e il nuovo equipaggio. Cerca addirittura di creare quel legame minimo necessario per coinvolgere emotivamente lo spettatore, cosa quasi completamente assente nel film precedente. Ed è innegabile come Ridley Scott abbia ancora una mano fermissima e una grande capacità di farci danzare nello spazio e tra i corridoi della Covenant. Bellissimo vedere il modo in cui Walter si muove tranquillo al suo interno di fronte ad un’emergenza.
Ben presto però sorgono i primi problemi: l’orrore funziona quando è in presenza di spazi chiusi, claustrofobici, quelli angusti di un astronave appunto. Covenant è invece un film di spazi aperti, di esplorazione. Il primo attacco degli xenomorfi (neomorfi per i più precisi) avviene in questo contesto e risponde più ai canoni dell’azione, del movimento, del ritmo. Va benissimo, è una scelta, anche Aliens prendeva quella strada. Ma in questo modo l’inizio così dilatato appare ingiustificato, necessario per costruire una tensione che non esplode mai.
Successivamente arriva la parte che un po’ tutti stavamo aspettando, il momento delle risposte lasciate in sospeso: da dove arrivano gli Ingegneri? perché vogliono distruggerci? e soprattutto, cos’è quel “liquido nero”?
Non si può dire che il film non le affronti ma lo fa alla velocità della luce e con delle soluzioni di comodo che sanno tanto di contentino, facendo ben attenzione a non sporcarsi.
Paradossalmente la storia prende ugualmente una direzione filosofica in linea col predecessore, spostando però schizofrenicamente il proprio focus e affidandosi completamente ai personaggi – e al suo straordinario interprete – di Walter e David. Il conflitto di quest’ultimo nel trovare un’umanità attraverso le azioni più perverse e il rapporto con la sua versione più avanzata e quindi “fredda”, ci conduce in territori affascinanti. Accettando questo natura più chiaramente fantascientifica dove il robot/uomo riflette sulla propria esistenza e sulla possibilità di poter creare, acquisiscono particolare significato scene come quella in cui Walter impara a suonare il flauto e il bacio tra i due androidi.
Certo, bisogna accettare che la maggior parte degli eventi che accadono derivano da decisioni molto discutibili se non assurde dei suoi protagonisti, e che altri argomenti potenzialmente interessanti legati al rapporto tra fede e caso, fortuna e sfortuna, sono sparsi qua e là ma mai veramente approfonditi.
Con l’attacco alieno alla piattaforma e quello finale nell’astronave – dove tornano i corridoi! – abbiamo la conferma definitiva di essere sul versante action. Anche in questa situazione Scott regala alcuni momenti esaltanti per come sono stati concepiti e realizzati. Dove l’alieno è una bestia furiosa da combattere più che da temere.
Alien: Covenant risulta quindi un ibrido non pienamente riuscito che ha in realtà ancora senso di esistere solo grazie a Scott. E non è necessariamente un bene se oltre all’innegabile mestiere manca la voglia di dare un’impronta veramente personale.

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Guardiani della galassia Vol. 2

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“What a good wife you would be (such a fine girl)
But my life, my lover, my lady is the sea”
Looking Glass – Brandy

Guardiani della galassia aveva sorpreso tutti.
La bravura di James Gunn fu quella di presentarci efficacemente cinque personaggi con uno stile subito ben delineato che andava oltre la semplice formula di azione e ironia. Sotto la superficie emergeva già il cuore che rese iconiche le parole “Noi siamo Groot”.
Inutile ribadire le difficoltà nel realizzare un sequel con un tale successo, non solo di pubblico, alle spalle. La paura di trovarsi di fronte gli stessi elementi che avevano reso vincente il primo era alta e effettivamente il film inizia allo stesso modo, con un prologo ambientato sulla Terra nel passato. Non solo, anche qui i titoli di testa sono scanditi dal ballo di uno dei protagonisti e per tutto il film li vediamo muoversi e scontrarsi senza una vera trama. Come il più abile dei prestigiatori James Gunn fa invece quello che difficilmente accade spesso: i tratti distintivi non sono ripetizioni ma le porte che ci catapultano in un mondo che avevamo appena iniziato a scoprire tre anni fa e che ci torna subito familiare. Una volta varcata quella soglia veniamo accompagnati nel viaggio emotivo di Peter Quill. Ed è proprio questo il colpo di genio del regista: mettere al centro di tutto i suoi personaggi le cui storie personali non sembrano così lontane dalle nostre.
Proprio per la necessità di realizzare un film ancora più grosso, si nota ancora di più lo spirito anarchico del regista, forse l’unico in grado di dare la sua impronta personale e libera mantenendosi in linea con le logiche produttive.
Nonostante sia assolutamente evidente in ogni battuta l’amore di Gunn verso i guardiani e la capacità della scrittura nell’adattarsi ad ognuno di loro per renderli umani – sarebbe un errore liquidare tutto nel rango dei buoni sentimenti –  non mancano i momenti in cui riesce a trovare quel connubio che porta l’azione ad essere un’estensione del personaggio. Ne è un esempio la scena di Yondu che si vendica di chi lo ha tradito sulle note di Come a little bit closer.
La sceneggiatura è quindi il vero punto di forza che riesce a non ripetersi mai e a riproporre il tono irriverente dell’originale, senza che ci sia mai una battuta di troppo. Difficilissimo quando si è costantemente così sopra le righe. È incredibile soprattutto vedere come tutti gli omaggi e le citazioni di serie tv degli anni ’80 che Gunn inserisce “sfruttando” Peter Quill – da Pacman a Supercar passando per Cin Cin – servano per raccontare la sua storia.
Il culmine viene raggiunto quando è lo stesso Ego, interpretato da Kurt Russel, a spiegare il testo di una canzone che ascoltiamo all’inizio e che rivela il senso delle sue azioni come se fosse stata scritta apposta per lui.
Attraverso un genere proiettato verso mondi lontani, il film trova l’umanità dove tutto è alieno. Quello che a prima vista potrebbe sembrare uno spettacolo tanto variopinto quanto superficiale, nasce invece dal cuore. E non sembra un caso che il vero nemico –  una mente che persegue solo obiettivi egoistici e calcolatori – sia interno alla storia, inerente alla vita di ogni guardiano e pericolosamente in grado di superare i confini dello schermo.

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Elle

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Il film inizia con l’aggressione e lo stupro della protagonista Michelle di cui sentiamo solo l’audio e viene mostrata la parte finale. Con personalità il regista si gioca subito l’asso che chiunque avrebbe conservato per un altro momento e rende memorabile la scena grazie alla presenza di un gatto. In poco tempo fa inoltre capire due cose importantissime: primo, lo scopo del film non è il climax che porterà a quell’evento; secondo, ci sono altre tre assi, se sai come spenderli è possibile costruire la tensione anche se sai già come andrà a finire una scena e quando dovrai ripeterla.
Da quel momento Paul Verhoeven non realizza quella che potrebbe essere una prevedibile storia di vendetta, ma un complesso intreccio di relazioni di un incredibile personaggio femminile. Una donna che reagisce alle tragedie con una forza ed uno charme glaciali mai forzati o fuori dalla realtà. Anzi, Elle ha tutti i crismi per funzionare come un classico thriller, dove non vedi l’ora di scoprire il colpevole e quando succede, ti rendi conto che neanche quella è la parte interessante. Non che sia di poco conto, semplicemente è necessaria per esplorare il mondo che descrive il regista. Un mondo fatto di rapporti malsani, perversioni sessuali – anche nei videogiochi! – e di inquietanti sfumature. Ci troviamo di fronte a tutto quello che la ragione rifiuta e l’istinto desidera dipinto in una forma bellissima da ammirare per quanto disgustosa. Attorno a Michelle osserviamo tutto il marcio possibile, mai espresso in senso voyeuristico ma come rappresentazione di una visione coerente. Con asciuttezza, lucidità e – grazie al cielo – grottesca ironia si parla di violenza senza ricorrere a concetti già espressi mille volte come il fatto che possa scaturire da chiunque.
Se un regista ha delle idee è giusto che le esprima senza peli sulla lingua, così più che l’origine della violenza vediamo chiaramente il substrato sulla quale si può sviluppare.
Punta deciso l’obiettivo sia su un certo bigottismo che ingabbia le persone, sia sulla mancanza di punti di riferimento familiari (vedi la madre di Michelle), ma in maniera molto intelligente non pretende di fornire risposte o colpevolizzare nessuna categoria. Piuttosto vuole scuotere i paletti religiosi e morali, stuzzicare attraverso la sua visione estremizzata ma non estrema e quindi maggiormente in grado di raccontare la realtà. In un’unica storia troviamo tutti gli stimoli che scuotono l’uomo, come se gettassimo in una gabbia prede e predatori per osservarne da vicino le reazioni. In questo senso Elle sembra essere un passo avanti a tutti e dire molte più cose di chi si basa solo sui propri meccanismi di genere.
Allo stesso modo in cui un altro “vecchietto” aveva scosso il mondo con l’ultimo Mad Max, Verhoeven realizza il thriller che nessun altro è in grado di fare e che tutti vorranno imitare.

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La battaglia di Hacksaw Ridge

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A dieci anni di distanza da Apocalypto, Mel Gibson non poteva scegliere una storia più adatta alla sua sensibilità. Nel protagonista Desmond Doss trova infatti quei tratti di eroismo, onestà e spiritualità che lo rendono una figura volutamente molto vicina a Gesù, con la differenza che La battaglia di Hacksaw Ridge è strettamente legato alla realtà e non cerca suggestioni poetiche/metaforiche per esaltare il suo protagonista. È la storia stessa a parlare e come Gibson la mette in scena.
Doss (interpretato da un efficace Andrew Garfield) fu uno dei primi obiettori di coscienza a scegliere di andare in guerra senza armi, prestando servizio come medico. Perseguitato dai suoi superiori e minacciato di essere congedato con disonore, grazie alla sua tenacia riuscì ad ottenere il permesso di andare sul campo di battaglia.
La sua è una di quelle imprese che finiscono nei libri di storia, che Hollywood non può esimersi dal raccontare ma che in un certo senso si filmano da sole. Spesso viene scelta la strada più sicura e prevedibile: raccontare i fatti con doveroso rispetto ma a scapito di un reale coinvolgimento. Con tutti i suoi difetti e i suoi eccessi il regista dimostra invece di avere una personalità ed un coraggio unici proprio nell’evitare queste trappole.
Tutta la parte che precede l’arruolamento – quella più “a rischio” – non è assolutamente un fardello necessario per giustificare la lunga scena di guerra della seconda metà. In essa troviamo la stessa lucidità e asciuttezza sia nel raccontare l’idillio della relazione tra Desmond e la sua futura sposa, sia nel mostrare la facilità con la quale la violenza può scaturire nelle persone, persino nei bambini, attraverso il bellissimo ritratto del padre violento e sofferente.
Forte della consapevolezza che ogni scena di addestramento in un film di guerra non può che ricordare Full Metal Jacket anche questa parte procede spedita e diverte. È si più leggera, ma quella leggerezza di cui non ti puoi mai fidare perché sai che da un momento all’altro potrebbe tramutarsi in tragedia. In questo senso sembra lo specchio dell’arroganza di chi non ha paura e non sa cosa gli aspetta, di chi pensa che l’inferno sia solo una nuvola passeggera.
Così quando l’inferno arriva, nessuno viene risparmiato e il film esplode in tutta la sua potenza. Perché è necessario mostrare la violenza per quello che è, soprattutto quando viene messa in contrapposizione con un personaggio che non si può difendere se non con la fuga e l’astuzia. Se questo non bastasse, la fortissima idea di mostrare l’esercito americano che per attaccare i giapponesi deve scalare una scarpata su delle reti da carico, dimostra quanto le scelte di un autore possano determinare la riuscita artistica di un opera. La rappresentazione della guerra non è fine a se stessa ma diventa il mezzo per raccontare ideali e valori attraverso una chiara visione.
Senza calcare mai la mano o voler essere una celebrazione ideologica per ingraziarsi il pubblico, Hacksaw Ridge è un grande film sulla Fede che crede in fondo nel suo punto di vista senza dare la sensazione di imporlo.

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La La Land

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Il musical è uno stato mentale. È la voglia di mettere in scena i nostri desideri nascosti, i rimpianti e le delusioni. Soprattutto il sogno di diventare attrice di Mia (Emma Stone) e di aprire un locale jazz di Sebastian (Ryan Gosling). È il regno dei sognatori e dei sogni che spesso non si avverano. Non è un caso che spesso i numeri musicali vengano interrotti bruscamente. Fin dalla prima scena le portiere delle auto che si chiudono ci riportano al trambusto di una strada trafficata.
Damien Chazelle torna a parlare di musica e Jazz in un ambizioso tentativo di fondere classico e moderno. La storia è ambientata ai giorni nostri ma sembra senza tempo. Utilizza il genere nella sua forma più pura e nobile, rendendo le scene di canto e ballo necessarie quanto i dialoghi per raccontare gli eventi.
Dopo un apertura sfavillante, il film trova un perfetto equilibrio sia sul piano narrativo che in quello “cantato”. Anche in presenza di una storia lineare, riscopre il piacere di raccontare il già visto e di elevare una storia d’amore banalissima attraverso il musical.
Alla lunga però non sempre il gioco funziona e quando anche il già visto perde la corazza che lo proteggeva e diventa ripetizione, i momenti musicali per quanto ben realizzati non hanno più la stessa forza e non bastano da soli a mantenere alto l’interesse. Il precedente Whiplash pur basandosi esclusivamente su di una relazione, in questo caso conflittuale, sprigionava una forza dirompente e nervosa che La La Land non ha. La sua armatura brillava e non veniva mai scalfita. Le tematiche che entrambi affrontano – i compromessi necessari per raggiungere i propri sogni – in Whiplash arrivavano come dei cazzotti dritti in faccia allo spettatore.
La figura di Mia è quella che emerge maggiormente ma le sue difficoltà per diventare attrice sembrano più che altro un doveroso parallelo per bilanciare quello di cui al regista interessa davvero parlare. È attorno a Sebastian che emergono infatti gli aspetti più interessanti: come si può essere rivoluzionari e sperare nel successo quando si è così tradizionalisti? Come si può essere legati al passato quando il Jazz guarda al futuro? Argomenti che non colpiscono ma sfiorano come timidi schiaffi.
Fortunatamente il finale riporta tutto a livelli sublimi grazie ad una lunga scena in grado di raccontare una vita, così perfetta da non aver bisogno di parole. Il musical è la massima espressione di felicità e libertà che può creare la mente. È vero che si torna alla dura realtà, ma basta uno sguardo per rendere la vita il nostro musical.

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Arrival

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In una delle prime scene vediamo Louise Banks (il personaggio interpretato da Amy Adams) camminare in penombra nel corridoio di un ospedale. Il movimento della macchina da presa fa sembrare che questo corridoio sia infinito, che Louise possa camminare in eterno. Questa brevissima scena fornisce subito un indizio su quello che vedremo, e lo fa nel modo più raffinato possibile.
Poi inizia il film vero e proprio, non si perde tempo. Gli alieni sono arrivati sulla Terra, dodici astronavi casualmente disposte intorno al mondo. Louise, esperta linguista, viene scelta per cercare di comunicare con loro.
Il regista Denis Villeneuve fa una cosa che forse non vediamo spesso. Non vuole preparare lo spettatore all’evento più importante – l’arrivo – preoccupandosi di costruire un contesto il più possibile realistico, ma lo inserisce immediatamente in quello fantascientifico. Non sembra che voglia dire “hey, guardate che questo film è verosimile al 100 %” per giustificare la presenza dell’elemento fantastico, ci dice invece che gli alieni sono arrivati e sta all’uomo con la sua scienza e la sua tecnologia affrontare l’evento. Tutti gli stratagemmi narrativi e le spiegazioni scientifiche successive, servono per credere in quello che stiamo vedendo, per sollevare sempre di più il peso dell’incredulità.
Trova così una fantascienza profondamente umanistica, quella che attraverso il genere parla della natura umana. In tutto il mondo le autorità e i migliori scienziati si tengono in contatto per aggiornarsi sui loro progressi e scambiare informazioni. Ma come spesso succede quello che non si comprende diventa una minaccia da eliminare. Il film gioca benissimo su questo aspetto senza essere banale: se una delle superpotenze decide di intervenire militarmente, allora anche altre la seguiranno, mosse da logiche di potere. Non viene neanche presa in considerazione l’idea che una civiltà extraterrestre possa avere uno scopo positivo, altruistico. E se i simboli con i quali gli alieni interagiscono rappresentassero concetti molto più ampi? Il linguaggio diventa così qualcosa di complesso, affascinante e ambiguo. Un’arma per la conoscenza.
L’immagine dei monitor di tutto il mondo che si disconnettono è sufficiente per sintetizzare come la sua errata interpretazione e l’egoismo dell’uomo portino inevitabilmente al conflitto.
A questo punto siamo completamente immersi nel film e disposti ad accettare tutto quello che ci propone. Non vacilliamo neanche quando viene introdotto un altro tema ancora più profondo. È sempre stato presente, fin dall’inizio, in attesa di emergere e trova il suo spazio nel climax finale. Il personaggio di Louise serve per affermare l’assoluta centralità dell’uomo. Non da un punto di vista sterile e materiale, cioè che si disinteressa di quello che ci circonda, ma partendo da questo, dal “guardare al cielo”, porta a riscoprire il valore della vita. La storia di Louise racchiude l’anima del film che ancora una volta dalla sfera personale, legandosi alla fantascienza, è rivolta all’universale.
Arrival vince dove spesso gli altri falliscono. Nel terzo atto, quello in cui bisogna trovare la sintesi del racconto e risolvere il mistero, non perde mai la sua coerenza pur di inseguire lo spettacolo o la tentazione di dare troppe risposte. Sa cosa vuole raccontare e per tutta la sua durata mantiene l’equilibrio tra scienza e fantascienza, personale e universale, intrattenimento e introspezione.
La nostra fantasia, che con tanta cura il regista ha sollevato, ormai è sospesa nel cielo e niente può tirarla giù.

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Split

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Potrebbe essere un thriller come tanti e deludere, magari sfruttare bene il suo potenziale e soddisfare, oppure trovare un M. Night Shyamalan in stato di grazia e sorprendere.
Il regista indiano si dimostra infatti perfettamente in grado di prendere il cinema moderno e piegarlo al suo stile. Distrugge le mode hollywoodiane del momento creando lo stesso qualcosa di personale.
Sarebbe stato davvero facile cadere nel prevedibile o sconfinare nell’assurdo, eppure Shyamalan gioca lo stesso con i toni come un equilibrista. Fonde ironia, elementi paranormali e storie di abusi sessuali senza mai perdere di vista il proprio centro. Si ostina a costruire una tensione continua con una determinazione incredibile, rispettando i confini del genere che più volte si diverte a scavalcare.
Gli spunti che suggerisce questa storia semplice sono così numerosi che il film potrebbe benissimo prendere altre strade senza sfigurare. Ma il regista punta deciso all’intrattenimento e non cerca la metafora o la morale a tutti i costi. Queste sorgono spontanee da una narrazione capace di rendere interessanti e coerenti anche le svolte più banali.
Fa esattamente l’opposto di quello a cui siamo abituati: mostra il minimo indispensabile e lascia che siano le inquadrature a parlare. Delle 23 personalità che convivono nel corpo di Kevin (James McAvoy), gli basta mostrarne quattro per creare un mondo intorno al suo protagonista. Anche la scrittura non è da meno nel rendere gli altri personaggi – compresa l’anziana psicologa che lo segue – altrettanto importanti per estendere la mitologia e dar vita ad un racconto più ampio di qualsiasi universo condiviso.
A volte ci dimentichiamo di quanto conti l’impronta di un autore anche nel cinema di genere. Nel finale non solo un immagine è sufficiente a guardare un personaggio da una prospettiva diversa (che cos’è l’horror se non un alterazione della prospettiva per percepire in modo diverso la realtà), ma una frase può essere una chiave per aprire la porta del film e permetterci di vederlo più chiaramente che dal buco della serratura. Sarà proprio Kevin, al culmine della sua follia, a trovare un legame con una delle ragazze rapite, Casey, e a capire che “quelli che soffrono sono privilegiati”. Partendo da un elemento fantastico, arriviamo alla dimensione più umana e realistica. È vero, il male si forma dentro di noi, ma nasce dall’ambiente esterno, dalle sofferenze che ci colpiscono. Possono dare origine a personalità malvagie nel caso di Kevin, o permettere a Casey di affrontare qualsiasi pericolo. La più asociale e introversa delle tre ragazze, sarà l’unica in grado di combattere la “Bestia” che c’è in ognuno di noi.

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Casey Cook (Anya Taylor-Joy, a sinistra)

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