Più cinema per Carlo

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Si è tenuta ieri sera a Torino l’inaugurazione del progetto “Più cinema per tutti”, rassegna che presenta nove film di Carlo Verdone, di cui sette accessibili a spettatori non vedenti e non udenti.

Proprio la presenza in sala del regista è stata il motore e la spinta di quello che si spera possa essere il primo di altre iniziative simili.
Si è percepito davvero molto entusiasmo da parte del pubblico, così tanto da spingere Verdone non solo a lodare ripetutamente il progetto ma a prendersi l’impegno di parlarne a produttori e amici che “purtroppo” fanno i ministri. Le sue sono sembrate parole sincere e non solo frasi di circostanza.
Sincera è stata la sua voglia di raccontare e raccontarsi come un fiume in piena. Si è infatti stupito di essere stato scelto con tutti i bravi registi che ci sono.

Si è quindi passati alla sua formazione e all’influenza di un padre così importante – il critico Mario Verdone – che prima di essere un uomo di cinema è stato per lui un educatore. Un giorno alla settimana portava il figlio a vedere i film western. Quando c’erano le sparatorie – ricorda Carlo – come in preda a raptus, si alzava e mimava le “pistolettate” all’americana. In queste uscite ha inoltre scoperto quanto conti la fisicità nella commedia grazie a Jerry Lewis.
A diciannove anni ricevette in regalo la tessera del cineclub romano Filmstudio. Da lì la svolta.
Per più di un anno, sei giorni su sette, scoprì il cinema underground degli anni ’60 oltre a registi importanti come Lubitsch e Peckinpah.
Non si è tirato indietro neanche quando ha dovuto (ri)-raccontare ai presenti in sala una storia nota a tutti. Ovvero quando il padre, allora professore universitario, lo bocciò al penultimo esame prima della laurea perché non voleva che sembrasse un favore familiare. E poi tutti gli assistenti erano ammalati.

La parte più sorprendente a sentirla adesso, riguarda l’inizio della sua carriera da regista. Un sacco bello fece il botto: recensioni entusiastiche e un premio ai David di Donatello. In Bianco, rosso e verdone, la critica lo accusò subito di essere in regista da “macchietta”. Così, nonostante il successo, anche se minore dell’esordio, si ritrovò improvvisamente senza più un produttore disposto a finanziarlo. Passò quelli che furono i tre mesi più duri della sua vita, sua moglie andava a lavorare e gli diceva: «Tu che fai, non vai a lavorare?». Sentendosi perso, chiese di poter fare da assistente al suo docente di Storia delle Religioni visto i suoi buoni voti. Questa volta fu il destino a mettersi di mezzo quando scoprì che il professore si era suicidato.
Rischiò di andare incontro ad una crisi mistica. Pensava: «Come mai si è suicidato? Avrà studiato le religioni e scoperto che dietro non ci sta niente. Stavo entrando in un territorio pericoloso».

Fu solo grazie al produttore Mario Cecchi Gori che ebbe un’altra chance. Gli chiese infatti di realizzare una commedia senza macchiette («e meno male!»). Si giocava letteralmente la carriera, perché doveva dimostrare di sapersela cavare incentrando il film su un solo personaggio. Il resto è storia: Borotalco è una commedia degli equivoci che funziona benissimo e molto furbescamente permette a Verdone di utilizzare lo stesso la sua abilità nello sdoppiarsi.

È ora di salutarsi ma l’autore romano si concede ancora per un’ultima domanda. Gli viene chiesto come mai il suo secondo film abbia un finale così drammatico. «È vero» dice lui. «Un critico de La stampa mi definì il “melancomico”. Sono d’accordo con questa definizione».

Il perché siano presenti elementi più seri nel suo cinema, dipende dal suo vissuto. Anche per questo aneddoto usa il registro agrodolce, proprio come nei suoi film. Nella sua famiglia c’era una donna di servizio, credeva che fosse sua zia. Era molto attaccata alla famiglia e quando morì il giovane Carlo non mangiava più e si nascondeva nelle cassapanche. Sono cose che fanno parte della vita, la morte può arrivare da un momento all’altro. Quel finale era l’unico possibile, il più coerente per il personaggio, non di certo una scelta per fare l’autore.

Anche se non c’era più tempo, l’ultima domanda ha regalato la risposta più bella. Scherzi del destino.

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Spider-man: Homecoming

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Ad ogni nuova uscita siamo sempre più vigili nel decretare la vittoria o la sconfitta della Marvel. Se i film al di sotto delle aspettative non mancano, sbagliare Spider-man nella sua terza incarnazione, dopo tutto il clamore suscitato dal suo ritorno, sarebbe stato clamoroso. E i motivi per dubitare della sua riuscita non mancavano.
Finora le avventure del ragnetto sono sempre state indipendenti, non legate alla condivisione con altri supereroi. Senza fare paragoni con la saga di Sam Raimi – e rimarcarne la superiorità qualitativa – anche nei due film con Andrew Garfield – più simili dal punto di vista commerciale – siamo sempre stati abituati a vedere Spider-man come assoluto protagonista. Mentre adesso lo abbiamo già visto in Captain America: Civil war e qui condividere lo schermo (per poche scene) con Iron man. Scelta che fin dall’inizio faceva pensare ad un facile pretesto per attirare pubblico.
La sfida principale era quindi giustificare il suo inserimento in corsa in un universo già iper-affollato. Al di là di ogni aspettativa la Marvel azzecca una serie di scelte – dall’età del protagonista al tono della pellicola – rendendolo una presenza necessaria contro ogni considerazione commerciale.
L’ambientazione liceale è utilissima per creare un’atmosfera unica e inedita che non viene sfruttata solo per fare qualcosa di diverso. A tratti si respira quell’aria che rende i Guardiani della galassia vincenti perché così staccati da tutto il resto. Partire con la sensazione di questo genuino distacco, nonostante la condivisione di un mondo, con un personaggio così conosciuto, è una conquista sorprendente.
La decisione un po’ inconsueta di affidare la regia a Jon Watts, si è rivelata invece completamente sensata e in linea con gli argomenti trattati. Nel suo thriller Cop Car, dei ragazzini si scontrano col mondo (corrotto) degli adulti. Vogliono fare le cose dei grandi (guidare un auto della polizia) ma finiscono inevitabilmente per far danni. Watts legava il senso di responsabilità e le conseguenze delle azioni compiute col filo della tensione che sfociava nella violenza. Con ambizioni diverse e naturalmente votate allo spettacolo, in Spider-man l’approccio è molto simile e, anche se solo per poche scene, troviamo quella stessa sensazione di angoscia nell’affrontare la realtà attraverso gli scambi tra Peter e un efficacissimo Michael Keaton nei panni del villain.
Il conflitto di Peter Parker tra voler essere un Avenger e godersi la propria età, viene portato avanti con un equilibrio che ci permette, nonostante la leggerezza e la prevedibilità di fondo, di partecipare e credere alle improvvise variazioni di tono. Percepiamo la sua esuberanza nel volersi mettere in mostra e rispondere a muso duro a Tony Stark, sapendo di avere sbagliato; la sua immaturità nel compiere scelte istintive; la sua paura quando rimane bloccato tra le macerie e la malinconia nel dover rinunciare ai momenti più importanti del liceo – il torneo di scienza e il ballo di fine anno – proprio per una responsabilità auto-imposta che sta alla base del suo desiderio di voler crescere.
Non si calca però mai la mano sul contrasto maturità/immaturità e si ha la sensazione che ogni scena abbia la sua utilità nel raccontare il personaggio. Fantastico in questo senso il momento in cui mentre sta interrogando un criminale usando un tono maturo con effetto “alla Batman”, quest’ultimo si ricorda della sua voce “femminile”.
Se la base funziona, è importante azzeccare il contesto che la circonda, come lo spazio in cui ha luogo l’azione. Dove non ci sono grattacieli su cui arrampicarsi, bisogna saltellare da una casa all’altra, violando cortili e case sugli alberi. Quando finalmente arriva uno spazio verticale – l’obelisco di Washington – l’altezza viene utilizzata per provocare vertigine e creare un vero senso del pericolo. Forse non era mai successo di sentire concretamente l’altezza in questo modo, ed è curioso per un personaggio che si sposta da un grattacielo all’altro.
Anche stavolta la Marvel pur senza eccellere riesce a convincere. Sarà perché si tratta pur sempre di Spider-man ma nella prossima occasione, più severi che mai, cercheremo di non farci catturare di nuovo.

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La mummia

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L’aggiornamento ai canoni del cinema moderno tocca anche i classici mostri della Universal. Dracula, Frankenstein, L’uomo invisibile e tutti gli altri si troveranno a condividere un nuovo universo, ribattezzato per l’occasione Dark Universe.
In realtà per molti di loro – soprattutto Dracula – è sempre spuntata fuori periodicamente una versione per stare al passo coi tempi. Basti pensare alla mummia di Stephen Sommers che trovava un felice connubio (perdonatemi, ma nel 1999 avevo undici anni) tra Indiana Jones, fantasy e horror. Dopo diciotto anni nel gettare le basi per un nuovo franchise, la formula non è cambiata molto.
Più del film stesso, quello che colpisce è come sia bastata qualche piccola modifica qui e là per riproporre qualcosa che in realtà abbiamo già visto. L’aspetto più interessante diventa così quasi extra-cinematografico: osservare l’arguzia di un’industria che nella maggior parte dei casi è bravissima a vendere il proprio prodotto e a trovare il pubblico adatto con il minimo sforzo.
Non è un caso che il regista Alex Kurtzman sia un esperto sceneggiatore di molti blockbuster (da Star Trek a The Amazing Spider-man 2) e che si sia trovato perfettamente a suo agio nell’inserire anche qui elementi che rimandano direttamente al genere supereroistico. Oltre agli attori di richiamo e al finale che punta tutto sul creare aspettative per il seguito della storia, c’è un vero e proprio feticismo per gli oggetti. Il pugnale della mummia Ahmanet è il MacGuffin che anima gli eventi come lo scettro di Loki negli Avengers. Addirittura in una stanza ricca di cimeli possiamo scorgere nemmeno tanto velatamente un teschio con denti stranamente appuntiti e un braccio che ricorda tanto il mostro della laguna nera. Pura esposizione.
Abbandonata ogni componente orrorifica/metaforica, rimane l’esaltazione delle capacità, delle caratteristiche più riconoscibili. Ahmanet è Loki che viene catturata e poi fugge perché faceva tutto parte del piano e il dottor Jekyll è chiaramente Hulk che perde il controllo e si scaglia contro i buoni.
Il piatto che ne viene fuori non è particolarmente esaltante, quello che conta in fondo è che lo spettacolo sia soddisfacente. Dove non c’è assolutamente speranza di trovare l’originalità, ma neanche la compattezza di una storia che ha un inizio ed una fine, non resta che sperare nella capacità del regista di inserire quella idea o quella scena che giustifichino la visione. L’incidente aereo e gli inseguimenti in metropolitana sono buoni esempi che fanno tirare un sospiro di sollievo.
Ma il film non è totalmente pigro ed è in grado di trovare il suo centro e girarci attorno coerentemente. Il tema del doppio aleggia infatti come una nube minacciosa, una tentazione costante che mette di fronte ogni personaggio, non solo Jekyll/Hyde, con la sua natura malvagia pronta ad emergere. Nessuno è realmente buono, tantomeno eroico ed anche il protagonista ha la sua oscurità che può solo controllare tramite scelte e sacrifici.
Ci auguriamo che non sia un caso che proprio l’esplicita volontà di rappresentare il Male in tutte le sue forme fantastiche, sia accompagnata dal discorso che esso alberga già dentro di noi.

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Alien: Covenant

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Se potessimo fare qualche domanda ai piani alti della produzione sarebbe molto più facile capire il senso di certe scelte. Non dev’essere stato facile trovare la giusta ”ibridazione” tra seguito di Prometheus e prequel della saga iniziata nel 1979, in parole povere tra esigenze narrative e commerciali. Tuttavia ci priveremmo del gusto di scoprire tutto da soli, quindi mettiamo da parte ogni elucubrazione e basiamoci su quanto visto.
L’inizio di Alien: Covenant è abbastanza inconsueto ma a suo modo incoraggiante. Si prende il tempo necessario per presentarci Walter – androide uguale al David di Prometheus ma più avanzato – e il nuovo equipaggio. Cerca addirittura di creare quel legame minimo necessario per coinvolgere emotivamente lo spettatore, cosa quasi completamente assente nel film precedente. Ed è innegabile come Ridley Scott abbia ancora una mano fermissima e una grande capacità di farci danzare nello spazio e tra i corridoi della Covenant. Bellissimo vedere il modo in cui Walter si muove tranquillo al suo interno di fronte ad un’emergenza.
Ben presto però sorgono i primi problemi: l’orrore funziona quando è in presenza di spazi chiusi, claustrofobici, quelli angusti di un astronave appunto. Covenant è invece un film di spazi aperti, di esplorazione. Il primo attacco degli xenomorfi (neomorfi per i più precisi) avviene in questo contesto e risponde più ai canoni dell’azione, del movimento, del ritmo. Va benissimo, è una scelta, anche Aliens prendeva quella strada. Ma in questo modo l’inizio così dilatato appare ingiustificato, necessario per costruire una tensione che non esplode mai.
Successivamente arriva la parte che un po’ tutti stavamo aspettando, il momento delle risposte lasciate in sospeso: da dove arrivano gli Ingegneri? perché vogliono distruggerci? e soprattutto, cos’è quel “liquido nero”?
Non si può dire che il film non le affronti ma lo fa alla velocità della luce e con delle soluzioni di comodo che sanno tanto di contentino, facendo ben attenzione a non sporcarsi.
Paradossalmente la storia prende ugualmente una direzione filosofica in linea col predecessore, spostando però schizofrenicamente il proprio focus e affidandosi completamente ai personaggi – e al suo straordinario interprete – di Walter e David. Il conflitto di quest’ultimo nel trovare un’umanità attraverso le azioni più perverse e il rapporto con la sua versione più avanzata e quindi “fredda”, ci conduce in territori affascinanti. Accettando questo natura più chiaramente fantascientifica dove il robot/uomo riflette sulla propria esistenza e sulla possibilità di poter creare, acquisiscono particolare significato scene come quella in cui Walter impara a suonare il flauto e il bacio tra i due androidi.
Certo, bisogna accettare che la maggior parte degli eventi che accadono derivano da decisioni molto discutibili se non assurde dei suoi protagonisti, e che altri argomenti potenzialmente interessanti legati al rapporto tra fede e caso, fortuna e sfortuna, sono sparsi qua e là ma mai veramente approfonditi.
Con l’attacco alieno alla piattaforma e quello finale nell’astronave – dove tornano i corridoi! – abbiamo la conferma definitiva di essere sul versante action. Anche in questa situazione Scott regala alcuni momenti esaltanti per come sono stati concepiti e realizzati. Dove l’alieno è una bestia furiosa da combattere più che da temere.
Alien: Covenant risulta quindi un ibrido non pienamente riuscito che ha in realtà ancora senso di esistere solo grazie a Scott. E non è necessariamente un bene se oltre all’innegabile mestiere manca la voglia di dare un’impronta veramente personale.

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Guardiani della galassia Vol. 2

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“What a good wife you would be (such a fine girl)
But my life, my lover, my lady is the sea”
Looking Glass – Brandy

Guardiani della galassia aveva sorpreso tutti.
La bravura di James Gunn fu quella di presentarci efficacemente cinque personaggi con uno stile subito ben delineato che andava oltre la semplice formula di azione e ironia. Sotto la superficie emergeva già il cuore che rese iconiche le parole “Noi siamo Groot”.
Inutile ribadire le difficoltà nel realizzare un sequel con un tale successo, non solo di pubblico, alle spalle. La paura di trovarsi di fronte gli stessi elementi che avevano reso vincente il primo era alta e effettivamente il film inizia allo stesso modo, con un prologo ambientato sulla Terra nel passato. Non solo, anche qui i titoli di testa sono scanditi dal ballo di uno dei protagonisti e per tutto il film li vediamo muoversi e scontrarsi senza una vera trama. Come il più abile dei prestigiatori James Gunn fa invece quello che difficilmente accade spesso: i tratti distintivi non sono ripetizioni ma le porte che ci catapultano in un mondo che avevamo appena iniziato a scoprire tre anni fa e che ci torna subito familiare. Una volta varcata quella soglia veniamo accompagnati nel viaggio emotivo di Peter Quill. Ed è proprio questo il colpo di genio del regista: mettere al centro di tutto i suoi personaggi le cui storie personali non sembrano così lontane dalle nostre.
Proprio per la necessità di realizzare un film ancora più grosso, si nota ancora di più lo spirito anarchico del regista, forse l’unico in grado di dare la sua impronta personale e libera mantenendosi in linea con le logiche produttive.
Nonostante sia assolutamente evidente in ogni battuta l’amore di Gunn verso i guardiani e la capacità della scrittura nell’adattarsi ad ognuno di loro per renderli umani – sarebbe un errore liquidare tutto nel rango dei buoni sentimenti –  non mancano i momenti in cui riesce a trovare quel connubio che porta l’azione ad essere un’estensione del personaggio. Ne è un esempio la scena di Yondu che si vendica di chi lo ha tradito sulle note di Come a little bit closer.
La sceneggiatura è quindi il vero punto di forza che riesce a non ripetersi mai e a riproporre il tono irriverente dell’originale, senza che ci sia mai una battuta di troppo. Difficilissimo quando si è costantemente così sopra le righe. È incredibile soprattutto vedere come tutti gli omaggi e le citazioni di serie tv degli anni ’80 che Gunn inserisce “sfruttando” Peter Quill – da Pacman a Supercar passando per Cin Cin – servano per raccontare la sua storia.
Il culmine viene raggiunto quando è lo stesso Ego, interpretato da Kurt Russel, a spiegare il testo di una canzone che ascoltiamo all’inizio e che rivela il senso delle sue azioni come se fosse stata scritta apposta per lui.
Attraverso un genere proiettato verso mondi lontani, il film trova l’umanità dove tutto è alieno. Quello che a prima vista potrebbe sembrare uno spettacolo tanto variopinto quanto superficiale, nasce invece dal cuore. E non sembra un caso che il vero nemico –  una mente che persegue solo obiettivi egoistici e calcolatori – sia interno alla storia, inerente alla vita di ogni guardiano e pericolosamente in grado di superare i confini dello schermo.

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Elle

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Il film inizia con l’aggressione e lo stupro della protagonista Michelle di cui sentiamo solo l’audio e viene mostrata la parte finale. Con personalità il regista si gioca subito l’asso che chiunque avrebbe conservato per un altro momento e rende memorabile la scena grazie alla presenza di un gatto. In poco tempo fa inoltre capire due cose importantissime: primo, lo scopo del film non è il climax che porterà a quell’evento; secondo, ci sono altre tre assi, se sai come spenderli è possibile costruire la tensione anche se sai già come andrà a finire una scena e quando dovrai ripeterla.
Da quel momento Paul Verhoeven non realizza quella che potrebbe essere una prevedibile storia di vendetta, ma un complesso intreccio di relazioni di un incredibile personaggio femminile. Una donna che reagisce alle tragedie con una forza ed uno charme glaciali mai forzati o fuori dalla realtà. Anzi, Elle ha tutti i crismi per funzionare come un classico thriller, dove non vedi l’ora di scoprire il colpevole e quando succede, ti rendi conto che neanche quella è la parte interessante. Non che sia di poco conto, semplicemente è necessaria per esplorare il mondo che descrive il regista. Un mondo fatto di rapporti malsani, perversioni sessuali – anche nei videogiochi! – e di inquietanti sfumature. Ci troviamo di fronte a tutto quello che la ragione rifiuta e l’istinto desidera dipinto in una forma bellissima da ammirare per quanto disgustosa. Attorno a Michelle osserviamo tutto il marcio possibile, mai espresso in senso voyeuristico ma come rappresentazione di una visione coerente. Con asciuttezza, lucidità e – grazie al cielo – grottesca ironia si parla di violenza senza ricorrere a concetti già espressi mille volte come il fatto che possa scaturire da chiunque.
Se un regista ha delle idee è giusto che le esprima senza peli sulla lingua, così più che l’origine della violenza vediamo chiaramente il substrato sulla quale si può sviluppare.
Punta deciso l’obiettivo sia su un certo bigottismo che ingabbia le persone, sia sulla mancanza di punti di riferimento familiari (vedi la madre di Michelle), ma in maniera molto intelligente non pretende di fornire risposte o colpevolizzare nessuna categoria. Piuttosto vuole scuotere i paletti religiosi e morali, stuzzicare attraverso la sua visione estremizzata ma non estrema e quindi maggiormente in grado di raccontare la realtà. In un’unica storia troviamo tutti gli stimoli che scuotono l’uomo, come se gettassimo in una gabbia prede e predatori per osservarne da vicino le reazioni. In questo senso Elle sembra essere un passo avanti a tutti e dire molte più cose di chi si basa solo sui propri meccanismi di genere.
Allo stesso modo in cui un altro “vecchietto” aveva scosso il mondo con l’ultimo Mad Max, Verhoeven realizza il thriller che nessun altro è in grado di fare e che tutti vorranno imitare.

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La battaglia di Hacksaw Ridge

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A dieci anni di distanza da Apocalypto, Mel Gibson non poteva scegliere una storia più adatta alla sua sensibilità. Nel protagonista Desmond Doss trova infatti quei tratti di eroismo, onestà e spiritualità che lo rendono una figura volutamente molto vicina a Gesù, con la differenza che La battaglia di Hacksaw Ridge è strettamente legato alla realtà e non cerca suggestioni poetiche/metaforiche per esaltare il suo protagonista. È la storia stessa a parlare e come Gibson la mette in scena.
Doss (interpretato da un efficace Andrew Garfield) fu uno dei primi obiettori di coscienza a scegliere di andare in guerra senza armi, prestando servizio come medico. Perseguitato dai suoi superiori e minacciato di essere congedato con disonore, grazie alla sua tenacia riuscì ad ottenere il permesso di andare sul campo di battaglia.
La sua è una di quelle imprese che finiscono nei libri di storia, che Hollywood non può esimersi dal raccontare ma che in un certo senso si filmano da sole. Spesso viene scelta la strada più sicura e prevedibile: raccontare i fatti con doveroso rispetto ma a scapito di un reale coinvolgimento. Con tutti i suoi difetti e i suoi eccessi il regista dimostra invece di avere una personalità ed un coraggio unici proprio nell’evitare queste trappole.
Tutta la parte che precede l’arruolamento – quella più “a rischio” – non è assolutamente un fardello necessario per giustificare la lunga scena di guerra della seconda metà. In essa troviamo la stessa lucidità e asciuttezza sia nel raccontare l’idillio della relazione tra Desmond e la sua futura sposa, sia nel mostrare la facilità con la quale la violenza può scaturire nelle persone, persino nei bambini, attraverso il bellissimo ritratto del padre violento e sofferente.
Forte della consapevolezza che ogni scena di addestramento in un film di guerra non può che ricordare Full Metal Jacket anche questa parte procede spedita e diverte. È si più leggera, ma quella leggerezza di cui non ti puoi mai fidare perché sai che da un momento all’altro potrebbe tramutarsi in tragedia. In questo senso sembra lo specchio dell’arroganza di chi non ha paura e non sa cosa gli aspetta, di chi pensa che l’inferno sia solo una nuvola passeggera.
Così quando l’inferno arriva, nessuno viene risparmiato e il film esplode in tutta la sua potenza. Perché è necessario mostrare la violenza per quello che è, soprattutto quando viene messa in contrapposizione con un personaggio che non si può difendere se non con la fuga e l’astuzia. Se questo non bastasse, la fortissima idea di mostrare l’esercito americano che per attaccare i giapponesi deve scalare una scarpata su delle reti da carico, dimostra quanto le scelte di un autore possano determinare la riuscita artistica di un opera. La rappresentazione della guerra non è fine a se stessa ma diventa il mezzo per raccontare ideali e valori attraverso una chiara visione.
Senza calcare mai la mano o voler essere una celebrazione ideologica per ingraziarsi il pubblico, Hacksaw Ridge è un grande film sulla Fede che crede in fondo nel suo punto di vista senza dare la sensazione di imporlo.

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