È solo la fine del mondo

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Pubblicato su Equilibrio Instabile

L’idea di mostrare una realtà che forse non è veramente tale, era già presente in Mommy. Lì l’immaginazione rappresentava la speranza, una finestra per sfuggire dalla sofferenza. Ma basare la propria vita su delle illusioni e costruirsi una corazza contro la paura e la codardia, può essere fatale.
È quello che ha fatto per dodici anni Louis, si è allontanato dalla sua famiglia senza un vero motivo e ora sta per tornare da loro per annunciare la sua morte imminente.
Lo spunto tratto da una piéce teatrale è assolutamente coerente con quanto ha spesso raccontato Xavier Dolan. Ma al giovane regista francese piace rischiare, sovvertire le regole come un prestigiatore della narrazione. Se in Mommy combinava una storia lineare con la semplice ma potente idea di restringere (e allargare) l’inquadratura, in È solo la fine del mondo gioca sul confine tra ciò che si desidera e ciò che avviene realmente. Durante la visione si percepisce che il racconto non segue sempre dei binari prefissati, passa dall’essere trattenuto ad esagerato con alternanza schizofrenica. Aumenta il ritmo come se dovesse scoppiare una bomba e improvvisamente rallenta.
E se il film stesse assecondando la visione di Louis e tutte queste variazioni fossero uno specchio delle sue insicurezze? Se il suo punto di vista fosse l’”allargamento dell’inquadratura”? Quello che ci dà l’illusione di assistere ad un viaggio più metaforico che concreto, dove le scene più importanti sembrano appartenere a luoghi senza tempo, sospesi in un’atmosfera irreale.
L’eccessivo indugiare su dialoghi teatrali e alcuni momenti fin troppo dilatati possono anche irritare – cosa è effettivamente è successa a Cannes – ma è innegabile la forza con cui il suo dramma inonda lo schermo, come una stanza invasa dal sole nella scena finale.
Quando una storia è così sentita e sembra un grido disperato dello stesso regista è più difficile far emergere l’aspetto artistico su quello personale. Nonostante sembri vittima della sua stessa ambizione, Dolan tira fuori uno dei suoi film più maturi, con una classe e una risolutezza tali da pensare che niente sia lasciato al caso.
La bambina che copre gli occhi di Louis sull’aereo, un profumo sul collo che diventa la scusa per un abbraccio, la polvere che esce da un materasso, sono tocchi di classe che troviamo solo nei grandi autori, quelli che portano sempre qualcosa di nuovo anche se affrontano le stesse tematiche.
È proprio attraverso questi dettagli che emerge la poetica di Dolan, più che con le (poche) parole del suo protagonista. Non è forse la paura di affrontare il proprio passato la vera morte per Louis? Immaginare che gli altri non siano in grado di capirci, di perdonarci, di essere felici è la soluzione più comoda. Il ricongiungimento familiare potrebbe essere la fine del mondo, ma non la fine di tutto.

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Louis (Gaspard Ulliel)

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